THE
BHAGAVAD-GITA
Nell'Upanisad
che
si intitola Bhagavad Gita,
libro di interpretazione filosofica
e concernente la realizzazione yogica,
nel dialogo fra Sri Krisna e Arjuna
è questo il primo capitolo intolato
"Angoscia di Arjuna"
Translated by: Lord Xoloth, in year 2005
Capitolo primo
Esitazione e angoscia di Arjuna
|
La domanda
Dhrtarastra
disse:
(1)
Nel campo (dell'adempimento) della giustizia, nel campo dei Kuru,
quando si furon messi di fronte, desiderosi di lotta, la mia gente
da un lato, i Panduidi dall'altro,
che
cosa fecero essi, o Samjaya?
I due eserciti
Samjaya disse:
(2)
Ordunque, avendo visto allora Duryodhana, il re, l'esercito
dei Panduidi disposto in ordine di battaglia, accostatosi al maestro
(gli) tenne questo discorso:
(3)
Guarda, o maestro, questo possente esercito dei figli di Pandu
raccolto dal tuo sapiente discepolo, il figlio di Drupada.
(4)
Quaggiù (ci sono) eroi, grandi arcieri, pari in battaglia a Bhima
e ad Arjuna (e cioè vi sono) i Yuyudhana, Virata
e Drupada il valente guerriero.
(5)
Dhrstaketu, Cekitana e il valoroso re di Kasi,
Purujit e Kuntibhoja e Saibya, eroe fra gli
uomini.
(6)
Yudhamanyu il forte ed Uttamauja il prode; e inoltre il
figlio di Subhadra e i figli di Draupadi, grandi
guerrieri tutti.
(7)
Coloro
che
fra noi si trovano ad essere particolarmente distinti, i capi del
mio esercito, quelli impara a conoscere, o migliore fra i due volte
nati. Costoro per tua conoscenza io ti menzionerò per nome.
(8)
Tu, o Signore, e Bhisma e Karna e Krpa
vittorioso in battaglia, Asvatthaman e Vikarna ed anche
il figlio di Somadatta.
(9) E
molti altri eroi,
che
per me son pronti a rinunciare alla vita,
che
sanno combattere con armi di vario genere, tutti esperti nel
guerreggiare.
(10)
Ingente è questo nostro esercito, del quale sta Bhisma a
presidio mentre codesto loro esercito, retto da Bhima, non è
poderoso.
(11) E
(dunque) su tutti i punti del fronte, ciascuno secondo il posto (che
gli compete), saldi restando, voi tutti lottate in favore di
Bhisma.
Il suono dei corni
(12)
Per far sorgere ardente il desiderio di Duryodhana (di
combattere) il vecchio
kuruide, l'avo valoroso, ruggì come un leone con voce poderosa.
Pieno di ardore dette fiato alla tromba.
(13)
Allora conchiglie
e grancasse, tamburi e timpani e corni d'un tratto si cominciò a
battere e ne nacque un rumore fragoroso.
(14)
Allora stando sul grande carro aggiogato ai bianchi
cavalli, Madhava e il Panduide (Krsna ed Arjuna)
dettero fiato alle loro divine conchiglie.
(15)
Krsna soffiò nel suo Pancajanya ed Arjuna nel
suo Devadatta e Bhima, l'eroe dalle spaventose imprese
e dal ventre di lupo (dal grande appetito), dette fiato alla sua
grande conchiglia,
Paundra.
(16)
Il re Yudhisthira, figlio di Kuntì, dette fiato al suo
Anantavijaya e Nakula e Sahadeva soffiarono in
Sughosa e Manipuspaka.
(17) E
il re di Kasi, sommo fra gli arcieri, e Sikhandin dal
grande carro, Dhrstadyumna e Virata e Satyaki,
l'invitto,
(18)
Drupada e i figli di Draupadi tutti insieme, o Signore
della terra, e il figlio di Subhadra dalle forti braccia
dettero fiato alle loro conchiglie
da tutti i lati.
(19)
Il fragore frastornante
che
faceva rimbombare il cielo e la terra, lacerò i cuori dei figli di
Dhrtarastra. Arjuna guarda i due eserciti.
(20)
Allora il panduide (Arjuna)
che
aveva per insegna la scimmia Hanuman, dopo
che
ebbe visto i figli di Dhrtarastra disposti in ordine di
battaglia, e avendo inizio lo scontro delle armi, alzando l'arco,
(21) O
Signore della terra, questo discorso rivolse a Hrsikesa (Krsna):
o Acyuta (Krsna), fa
che
il mio carro si trovi a stare fra i due eserciti;
(22)
in modo
che
io osservi gli uomini
che
qui si ergono desiderosi di battaglia, (e)
che
devono combattere con me nell'agone di questa battaglia;
(23)
in modo
che
io possa guardare costoro
che
son desiderosi di combattere, e
che
sono qui raccolti, pronti a compiere in battaglia il volere del
figlio di Dhrtarastra dall'animo perverso.
(24)
Così, o Bharata (Dhrtarastra) essendo stata rivolta la
parola da Gudakesa (Arjuna), Hrsikesa (Krsna)
avendo arrestato fra i due eserciti il migliore dei carri,
(25)
di fronte a Bhisma, Drona e a tutti quei signori di
terre, disse: "Considera, o Partha (Arjuna), questi
Kuru raccolti (in questo luogo)".
(26)
Allora Partha vide
che
stavano là padri e nonni, maestri, zii, fratelli, figli, nipoti e
compagni anche,
(27)
ed anche
suoceri e amici nell'uno e nell'altro esercito. E dopo
che
il figlio di Kuntì (Arjuna) ebbe visto tutti quei
parenti così disposti in ordine di battaglia,
(28)
in preda a (un sentimento di) grande compassione, fece, turbato,
questo discorso: O Krsna, vedendo la mia propria gente piena
d'ardore guerresco e disposta in ordine di battaglia,
(29)
le mie membra vengono meno e la bocca (mi) diventa secca e un
tremito nel corpo mi si produce e così il rizzarsi dei capelli;
(30)
(l'arco) Gandiva mi sfugge di mano e la pelle tutta mi arde;
non riesco a stare in piedi; la mia mente vacilla.
(31) E
vedo segni contrari di augurio, o Kesava (Krsna), né
posso prevedere alcunché
di meglio, se uccido la mia gente in battaglia.
(32)
Io non aspiro alla vittoria, o Krsna, né a un regno né ai
piaceri. A
che
ci serve mai un regno, o Govinda (Krsna), a
che
i piaceri, a
che
la vita stessa?
(33)
Coloro proprio per i quali noi desideriamo regni, godimenti e
piaceri, questi appunto stanno in battaglia, rinunciando alla vita e
alle ricchezze,
(34)
maestri, padri, figli e nonni anche,
zii e suoceri, nipoti e cognati ed altri parenti.
(35)
Costoro io non desidero uccidere, o
Madhusudana
pur se essi uccidono me; e (questo) nemmeno per (avere) il triplice
regno;
che
cosa (dire) mai dunque (se non
che
non lo farei mai) per amore del dominio sulla terra (tanto
inferiore)?
(36)
Dopo aver ucciso i figli di Dhrtarastra, o Krsna,
quale piacere potremmo mai avere, o Janardana? Il peccato
soltanto potrebbe attaccarsi a noi, dopo
che
avessimo ucciso costoro, anche
se essi son uomini disposti al male.
(37)
Non è cosa degna
che
noi uccidiamo, quindi, i figli di Dhrtarastra, nostri
parenti; in verità, come potremmo essere felici, dopo aver ucciso la
nostra gente, o Madhava?
(38)
Anche
se costoro, i cui animi sono dominati dall'ingordigia, non riescono
a vedere alcun male nel fatto
che
una famiglia sia distrutta e (non riescono a vedere) alcuna colpa
nel fatto di tradire le persone care;
(39)
come non dovremmo aver noi la coscienza di doverci tener lontani da
codesta colpa, noi
che
ben vediamo il male
che
è nella distruzione delle famiglie, o janardana?
(40)
Quando una famiglia va in rovina, le antichissime
sue leggi (nel senso concreto delle virtú
che
ad esse si riferiscono) periscono; e quando la legge è perita,
l'ingiustizia sottomette a sé, per conseguenza, la famiglia tutta
intera.
(41) E
quando è l'ingiustizia quella
che
predomina, o Krsna, le donne della stirpe diventano corrotte
e quando le donne son diventate corrotte, si determina la confusione
delle caste.
(42) E
questa confusione vale l'inferno per coloro
che
hanno distrutto la famiglia e per la famiglia stessa; e (vi) cadono
anche
gli spiriti dei loro antenati,
che
si trovano ad essere privi delle offerte di riso e di acqua.
(43)
Per quei misfatti, apportatori di confusione castale, (che
son opera) di coloro
che
distruggono (così) la propria gente, vanno in malora le leggi della
nascita e della famiglia,
che
durano da tempo immemorabile.
(44) E
noi abbiamo appreso dalle nostre tradizioni, o Janardana,
che
eternamente dovranno vivere nell'inferno gli uomini delle famiglie,
le cui leggi sono state mandate in malora.
(45)
Ohimé, un grande peccato ci siamo noi decisi a commettere, per il
fatto di trovarci si pronti ad uccidere la gente nostra per la brama
dei piaceri
che
il regno può dare!
(46)
(Davvero) preferirei se i figli di Dhrtarastra, con le armi
in pugno, mi uccidessero, nella battaglia, senza
che
io opponessi loro resistenza, senza
che
io avessi armi, nemmeno!
(47)
Così Arjuna avendo parlato sul campo di battaglia si accasciò
a sedere nel carro, (via da sé) gettando l'arco e (la scorta del) le
frecce, con l'animo angosciato.
Capitolo secondo
Teoria Samkhya e Pratica Yoga
|
Krsna rimprovera
Arjuna e lo esorta a comportarsi da valoroso
Samjaya disse:
(1) A
lui
che
era così preso dal suo sentimento di pietà (e) i cui occhi
erano pieni davvero di lacrime e
che
era affranto,
Madhusudana
rivolse queste parole:
Il
Signore Beato disse:
(2) Da
dove ti si è fatta d'accosto questa (tua) debolezza in (questo)
momento di difficoltà? Essa tale è,
che
non se ne compiacerebbero gli uomini d'onore, tale da non condurre
al cielo; ed è causa di disonore (sulla terra), o Arjuna.
(3)
No, non cedere a questo tuo vile sentimento, o Partha,
che
esso non ti si conviene; cacciando la meschina
debolezza d'animo, sorgi, o distruttore dei nemici.
I dubbi di Arjuna
rimangono irrisolti
Arjuna disse:
(4)
Come potrò, io, combattere sul campo di battaglia, con le frecce,
Bhisma e Drona ambedue degni di rispetto, oh
Madhusudana
(uccisore di
Madhu),
oh Arisudana (uccisor dei nemici)?
(5)
Meglio è mangiare il cibo del mendico, pur esso, in questo mondo
qui,
che
uccidere questi venerandi maestri; con l'uccidere essi
che
sono i miei maestri, anche
se sono bramosi di guadagno, godrei piaceri macchiati
di sangue.
(6) E
nemmeno questo sappiamo, quale delle due cose sia per noi migliore,
che
li vinciamo noi, o
che
essi ci vincano. I figli di Dhrtarastra, dopo aver ucciso i
quali noi non avremo più desiderio di vivere, sono là, schierati
in ordine di battaglia, faccia a faccia davanti a noi.
(7) Il
(mio) proprio essere è preda dello smarrimento per questa mia colpa
della compassione. Poiché
la mente mi si confonde a proposito di quel
che
è, il mio proprio dovere, io ti domando: dimmi con certezza quale
sia il meglio. lo sono il tuo discepolo; istruisci me,
che
in te cerco rifugio.
(8)
Davvero non vedo
che
cosa possa allontanare da me questa angoscia
che
priva di ogni forza i miei sensi; (non ci potrebb'essere cosa alcuna
capace di tanto) neppure se io raggiungessi sulla terra un ricco
regno di incontrastabile potenza o avessi pur anche
l'assoluto dominio degli esseri celesti.
Samjaya disse:
(9)
Gudakesa, l'uccisore dei nemici, avendo così parlato a
Hrsikesa, (e) dopo aver detto a Govinda "non combatterò"
se ne stette in silenzio.
(10)
(E) a lui (così) smarrito, in mezzo ai due eserciti, o Bharata,
Hrsikesa, come sorridendo, rivolse questo discorso:
La distinzione fra il
Sé e il Corpo:
non dobbiamo affliggerci
per ciò
che
non può perire
Il
Signore Beato disse:
(11)
Per coloro ai quali non si addice il tuo pianto, ti affliggi, eppure
sai dire parole assennate. (Ma) i saggi non si affliggono né per i
morti né per quelli
che
morti non sono.
(12)
Né mai c'è stato tempo in cui io non esistessi, né tu (esistessi) né
questi signori di uomini, né di poi, in appresso, ci sarà tempo in
cui noi tutti non saremo (non esisteremo più, avremo cessato di
essere).
(13)
L'anima dopo
che
in questo corpo è stata, (per) la fanciullezza, la gioventù, la vecchiaia,
allora appunto realizza l'assunzione di un altro corpo. L'uomo,
fermo di spirito, non trae da ciò motivo di smarrimento.
(14) I
contatti con le cose materiali, o figlio di Kuntì, fanno
sentire caldo e freddo, piacere e dolore; vanno e vengono e sono
impermanenti. Apprendi a sopportarli, o Bharata.
(15)
L'uomo
che
questi (contatti) non turbano, o capo di uomini, l'uomo fermo,
che
rimane lo stesso nel piacere e nel dolore, questo si rende adatto
all'immortalità.
(16)
Di ciò
che
non esiste non si dà venire all'essere; di ciò
che
esiste non c'è cessazione dell'essere. La conseguenza ultima
dell'uno e dell'altro punto è stata scorta da quelli
che
vedono l'essenza della verità.
(17)
Sappi dunque
che
ciò da cui tutto questo (mondo della molteplicità) si è diffuso, è
indistruttibile. Di questo immutabile essere non c'è alcuno
che
possa causare la distruzione.
(18)
Questi corpi dell'anima eterna (che
vi si diffonde), indistruttibile e incomprensibile, son detti esser
tali da avere una fine. Per questo, combatti, o bharata (Arjuna).
(19)
Colui
che
pensa
che
sia esso ad uccidere e colui
che
pensa sia esso ad essere ucciso, sono tutti e due in errore, (perché)
esso non uccide né è ucciso.
(20)
Esso non nasce mai, né mai muore, né, essendo ciò
che
è venuto ad essere, (di nuovo) cesserà di essere; è non-nato,
eterno, permanente, originario; non è ucciso, quando il corpo è
ucciso.
(21)
Colui
che
sa
che
esso (il Sé) è indistruttibile ed eterno, non-generato e immutabile,
come può quella persona, o Partha, uccidere o far uccidere
qualcuno?
(22)
Come un uomo smettendo i vestiti usati, ne prende altri nuovi, così
proprio l'anima incarnata, smettendo i corpi logori, viene ad
assumerne altri nuovi.
(23)
Le armi non fendono il Sé, il fuoco non lo brucia; né lo bagnano le
acque, né lo dissecca il vento.
(24)
Esso è tale
che
non lo si può fendere, tale da non poter essere arso, da non poter
essere né bagnato né disseccato. Eterno è, onnipervadente, immoto ed
immobile; esso è sempre identico a sé.
(25)
Esso è detto non-manifesto, impensabile, immutabile. Per tale
sapendolo, non deve affliggerti.
(26)
Anche
se pensi
che
esso (il sé) nasca eternamente ed eternamente muoia, anche
allora, o uomo dal braccio possente, non devi tu trarne motivo
d'angoscia.
(27)
Dell'uomo
che
è nato in verità certa è la morte; e certa è la rinascita per quello
che
è morto. Di conseguenza, da ciò
che
è inevitabile non devi tu trarre motivo d'angoscia.
(28)
Gli esseri non sono manifesti nel principio del loro esistere, sono
manifesti nel loro esistere di mezzo e di bel nuovo non manifesti
alla fine del loro esistere, o Bharata. Quale (motivo di)
pianto può essere, quindi, in ciò?
(29)
L'uno guarda ad esso come a qualcosa di meraviglioso; un altro parla
di esso come di qualcosa di meraviglioso; un altro ancora ne sente
(parlare) come di qualcosa di meraviglioso; ma anche
dopo averne udito, non c'è alcuno
che
l'abbia conosciuto.
(30)
L'Anima (il Sé) (che
ha preso sede) nel corpo di ciascuno, o Bharata è eterna e
non può mai essere uccisa. Perciò non devi tu trarre motivo di ansia
per alcuna creatura.
Appello al sentimento del
dovere
(31) E
poi, considerando il tuo proprio dovere, non dovresti farti prendere
da emozione; non esiste alcun'altra cosa
che
per uno Ksatriya valga di piú della battaglia combattuta
secondo il proprio dovere.
(32)
Felicemente gli Ksatriya accolgono una guerra siffatta venuta
da sé spontaneamente (quale) porta aperta del cielo, o Partha.
(33)
Ma se tu poi non vuoi compiere questa lotta secondo giustizia,
allora, col metter da parte il tuo dovere e la tua gloria,
commetterai peccato.
(34)
Inoltre, gli uomini parleranno sempre della tua vergogna; e per uno
di cui si è sempre avuta un'alta opinione, il disonore è peggiore
della (stessa) morte.
(35) I
grandi guerrieri penseranno
che
tu ti sia astenuto dal combattimento per paura; e andrai incontro al
disprezzo di coloro dai quali tu eri pur ora molto stimato.
(36)
Molte parole disonorevoli pronunceranno i tuoi nemici, i quali si
faranno beffe del tuo valore. Che cosa potrebbe essere dunque (per
te) piú penoso di questo?
(37)
(Delle due l'una): o ucciso otterrai il cielo o, vincitore, ti
godrai (questa) terra; sorgi, quindi, o figlio di Kuntì,
deciso alla battaglia.
(38)
Ugualmente stimando piacere e dolore, vincita e perdita, vittoria e
sconfitta apprestati dunque alla battaglia; non potrai così
commettere peccato.
(39)
Questa è, (così) a te trasmessa, la sapienza del samkhya (o
secondo ragione). Epperò ascolta quella (dello Yoga)
che
ora ti dirò; da una siffatta sapienza se sarai avvinto, o Partha,
potrai sfuggire ai vincoli del karma (alle conseguenze delle
tue opere).
Yoga e mentalità mondana
(40)
Qui (in questo procedere o processo) non c'è cosa alcuna
che
neutralizzi lo sforzo, non c'è difficoltà (che
tenga); anche
un minimo di questo giusto procedere (di questo dharma) salva
da grande paura.
(41)
In questo processo l'intelletto risoluto è unico, o gioia dei
Kuru; (ma) in verità dalle molte ramificazioni e senza termini
sono gli intelletti di quelli
che
non hanno fermo lo spirito.
(42-43) I non-esperti (quelli
che
non vedono, gli stolti)
che
si compiacciono dei precetti vedici intesi alla lettera (delle
parole dei Veda), quelli
che
dicono
che
non c'è altro, coloro il cui essere è desiderio e
che
hanno lo spirito fisso al cielo soprattutto, proclamano per
l'appunto queste fiorite parole, le quali concludono al (concetto
della) la rinascita come frutto delle azioni ed implicano molti riti
speciali per ottenere il dominio e il godimento.
(44)
L'intelligenza distinguente di coloro
che
sono dediti al dominio e al godimento e le cui menti sono rapite da
essi non può fissarsi decisa nella concentrazione Yogica.
(45) I
Veda riguardano il dominio dei tre guna (delle tre qualità o
modi); ma tu dalle tre qualità diventa libero, o Arjuna;
renditi libero dalle coppie degli opposti, col volere fermo alla
somma realtà, senza curarti di acquistare e conservare, padrone del
tuo vero Sé.
(46)
In quel modo
che
(si può dire
che
vi sia) utilità in una cisterna (situata) in un luogo
che
sia da ogni parte inondato dalle acque, in questo stesso modo (vi
può essere utilità) in tutti i Veda per il Brahmano
che
è in grado di intendere.
Operare senza interesse
per i risultati
(47)
Tu hai un diritto particolare (o privilegio relativo alla condizione
umana) all'azione, ma in nessun caso un diritto ai suoi frutti; non
essere come uno
che
dipende dal frutto del karma; e non sia in te neanche
attaccamento alcuno alla non-azione.
(48)
Ben saldo nello Yoga, compi le opere tue, o possessore della ricchezza,
dopo aver messo da parte l'attaccamento, con la stessa disposizione
d'animo rimanendo, nel successo e nella sconfitta: la mente in
equilibrio (continuo) di indifferenza, ha il nome di yoga.
(49)
Di gran lunga inferiore è il (puro e semplice) agire all'equilibrio
dell'intelletto aggiogato, o possessore della ricchezza;
nell'intelletto cerca rifugio; tali da destare pietà son coloro
che
vanno alla ricerca del frutto (del loro agire).
(50)
Colui
che
ha raggiunto l'equilibrio dell'intelligenza aggiogata elimina anche
in questo mondo tutti e due, il bene e il male. Lotta dunque per
(realizzare) lo yoga; lo yoga è abilità nell'agire.
(51) I
saggi
che,
rinunciando al frutto, prodotto dal loro agire, realizzano l'unione
del loro spirito (con l'essenza divina del mondo), dal legame delle
nascite liberati, raggiungono una condizione stabile (o dimora) al
di là di ogni male.
(52)
Allorché
il tuo intelletto attraverserà la pienezza della delusione, allora
appunto perverrai al disgusto per ciò
che
deve essere udito e per ciò
che
è stato udito.
(53)
Allorchè
il tuo intelletto,
che
è disorientato dalla sruti, si ergerà fermo ed immoto nella somma
coscienza, allora appunto raggiungerai lo yoga.
I caratteri del perfetto
sapiente
Ariuna
disse:
(54)
Qual è la descrizione dell'uomo
che
possiede salda questa conoscenza, di colui
che
è fermo nella meditazione, o Kesava? L'uomo dal fermo spirito
come dovrebbe parlare, come sedere, come camminare?
Il
Signore Beato disse:
(55)
Quando uno espelle tutti i desideri
che
son venuti nell'animo suo, o Partha, ed è di sé soddisfatto
nell'intimo suo, allor appunto prende il nome di uomo dalla stabile
capacità discriminativa.
(56)
Colui
che
ha l'animo libero da turbamento, pur in mezzo ai dolori, e va esente
da desideri violenti, pur in mezzo ai piaceri, colui
che
è libero da passione, paura e collera, ha il nome di uomo di fermo
spirito.
(57)
Colui
che
è privo d'affezione sotto ogni aspetto (che
non prova attaccamento per cosa alcuna),
che
a seconda dei casi provando bene o male non gode, non detesta, di
questo (uomo) l'intelletto è saldamente fondato (nella somma
conoscenza).
(58)
Allorché
uno ritrae i sensi dagli oggetti sensibili, da ogni parte, come la
tartaruga le membra (nel guscio), di questo (uomo) l'intelletto è
saldamente fondato (nella somma conoscenza).
(59)
Gli oggetti sensibili si ritraggono dall'anima incarnata di colui
che
si astiene dal fruirne: non così il gusto per essi. Ma anche
il gusto per queste cose dilegua, dopo
che
si è visto il Supremo.
(60)
Anche
dell'uomo
che
lotta (per raggiungere la perfezione) e
che
ben sa discernere, o figlio di Kuntì, i sensi distruttori con
violenza rapiscono lo spirito.
(61)
Ed essi tutti (i sensi) padroneggiando, nell'equilibrio yogico stia
fermo a me devoto (di me solo occupandosi); poiché
è saldamente fondato nella somma conoscenza l'intelletto di colui
sotto il cui controllo sono i sensi.
(64)
Ma un (uomo)
che
ha lo spirito sottomesso alla regola (vidhi) e
che
si muove fra gli oggetti dei sensi, con i sensi disgiunti da
passione e avversione e dipendenti dalla sua volontà, (questi)
raggiunge la purezza dello spirito.
(65) E
in (codesta) purezza di spirito è prodotta, così da appartenergli,
la cessazione di tutte le pene; la capacità discriminatrice
dell'uomo dallo spirito puro in breve termine si stabilisce (nella
quiete del sé).
(66)
In colui
che
non ha raggiunto la saldezza del controllo non ci può essere
capacità discriminatrice; né d'altra parte in colui
che
non ha raggiunto il controllo può darsi il potere di determinare
l'esperienza fenomenica (concentrazione) e in colui
che
non ha un siffatto potere di concentrazione non c'è pace e, per
colui
che
pace non ha, come può esserci felicità?
(67)
Quello spirito
che
si conforma ai sensi
che
perennemente si agitano, quello appunto trae seco la capacità di
distinguere, come il vento (trascina qua e là) la nave sull'acqua
(del mare).
(68)
Di conseguenza, o uomo dal forte braccio, colui i cui sensi siano
per ogni verso distolti dagli oggetti sensibili, di quell'uomo
appunto la capacità di distinguere è saldamente fondata.
(69)
In quella
che
è notte per tutti quanti gli esseri (in essa appunto) veglia colui
che
è padrone di sé; ed è notte per il saggio veggente ciò
che
per gli (altri) esseri è tempo di veglia (il tempo in cui gli altri
esseri vegliano).
(70)
Colui nel quale tutti i desideri entrano, nello stesso modo in cui
le acque entrano nel mare,
che,
sebbene continuamente ne sia rifornito, rimane tuttavia esente da
movimento, un tale uomo appunto raggiunge la pace, e non già colui
che
è preda di tutte le passioni.
(71)
L'uomo
che
allontanando tutti i desideri agisce esente da desiderio, quegli
appunto, distaccato dal proprio ego, senza orgoglio o egocentrismo,
raggiunge la pace.
(72)
Questo è lo stato brahmanico, o Partha: e quando uno l'ha
raggiunto non è possibile
che
(poi) si smarrisca spiritualmente; e in esso (stato) rimanendo anche
nell'ora della morte, (si) raggiunge il nirvana identico alla
realtà brahmanica.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il secondo capitolo
che
ha per titolo
"Lo Yoga della Conoscenza".
(Samkhya Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo terzo
Il Karma Yoga o la via nell'agire
|
Se le cose stanno
così, perché
operare?
Arjuna disse:
(1) Se
l'intendere tu ritieni
che
sia superiore all'agire, o Janardana, perché
mai allora vuoi impormi (di compiere questo) terribile atto, o
Kesava?
(2)
Con un modo di esprimerti
che
è per così dire ambiguo, tu hai l'aria di portar confusione nel mio
intelletto. Dimmi dunque, con definita certezza, (quale sia) l'unica
cosa per mezzo della quale io possa raggiungere il sommo bene.
Vivere è operare;
necessaria l'indifferenza per il risultato
Il
Signore beato disse:
(3) O
(eroe) senza macchia,
un duplice modo di trar conclusioni del genere in questo mondo è
stato dianzi da me indicato, quello
che
si riferisce alla via della conoscenza, e riguarda i contemplativi,
e quello
che
si riferisce alla via dell'operare, e riguarda gli uomini d'azione.
(4)
Non con il tenersi lontano dall'operare, può l'uomo arrivare a
conquistare la libertà dall'agire; e non con la rinuncia al mondo,
puramente e semplicemente, può raggiungere la perfezione.
(5) E
in verità proprio nessuno, nemmeno forse per un istante, può restar
senza operare; ogni atto è qualcosa
che
si è indotti a compiere, in modo necessario, dalle qualità
che
hanno origine nella natura stessa.
(6)
Colui
che,
controllando gli organi dell'agire, di continuo però pone mente, con
il (suo) spirito, agli oggetti dei sensi, costui dall'animo ambiguo
è detto essere uno
che
agisce in modo menzognero.
(7)
Colui invece
che,
controllando i sensi con la sua mente, o Arjuna, senza
attaccamento intraprende la strada dello Yoga sulla base degli
organi dell'agire, questi (sugli altri) eccelle.
(8)
Tu, compi l'opera
che
ti è stata affidata,
che
davvero l'agire meglio è del non agire; perfino mantenere il tuo
corpo non sarebbe possibile senza l'agire.
(9)
Escluso l'agire
che
è in funzione di sacrificio (agire non vincolante -N.T.), questo
mondo qui è vincolato all'azione; e in funzione di ciò appunto (in
funzione sacrificale), o figlio di Kuntì, compi l'opera tua,
libero da attaccamento.
(10)
Nei tempi antichi,
il Signore delle creature, creando le generazioni degli uomini
insieme con il sacrificio, disse: "Con questo voi procreate e questa
sia per voi la vacca dell'abbondanza
che
realizzerà i vostri desideri".
(11)
Per mezzo di esso sostentate gli dei ed essi, gli dei, vi
sostentino; reciprocamente sostentandovi, attingerete il sommo Bene.
(12) E
gli dei appunto, sostentati dal sacrificio, a voi daranno le gioie
desiderate. Colui
che
gode di questi doni, senza restituirli ad essi, è veramente un
ladro.
(13) I
buoni
che
mangiano i resti del sacrificio si liberano di tutti i peccati; ma
quei malvagi
che
mettono a cuocere (il cibo) per se stessi, costoro veramente
mangiano peccato.
(14)
Dal cibo le creature hanno l'esistere; dalla pioggia ha origine il
cibo; dal sacrificio la pioggia ha l'esistere e dall'operare il
sacrificio nasce.
(15)
Sappi
che
il karma, l'operare stesso, ha origine in Brahma e
che
il Brahma ha origine dall'Assoluto. Epperò il Brahma,
che
tutto compenetra, eternamente si appoggia sul sacrificio.
(16)
Colui
che
non dà il suo aiuto (per girare) in questo mondo la ruota (del
divenire terreno)
che
così intorno si volge, (è un) mascalzone, uno
che
cerca il piacere dei sensi (e) vive invano, o Partha.
Sii contento del Sé
(17)
Colui però
che
sia tale da godere solo del Sé, l'uomo
che
del Sé è contento,
che
del Sé completamente si soddisfa, (quest'ultimo è tale
che)
per lui non esiste cosa
che
deva essere necessariamente fatta.
(18)
Né d'altra parte ci può essere alcun suo interesse in azione da lui
compiuta, in questo mondo, né, in alcun modo, in azione
che
egli non abbia compiuta. Né, ancora, in tutti (questi) esseri può
egli trovare in alcun modo protezione per i suoi interessi.
(19)
Perciò realizza sempre senza attaccamento l'atto
che
deve esser compiuto perché
davvero l'uomo, compiendo l'opera senza attaccamento, attinge la
Suprema Realtà.
Siate d'esempio agli
altri
(20)
Per mezzo delle opere appunto Janaka e gli altri si trovarono
a conseguire la perfezione; avendo insieme anche
lo sguardo alla conservazione del mondo, devi tu operare.
(21)
Qualsiasi cosa compia un uomo sommo, quella appunto (fanno) anche
gli altri uomini; quel modello
che
egli stabilisce, esso appunto la gente segue.
(22)
Non c'è nulla, affatto, o Partha, nei tre mondi,
che
io debba fare né alcuna cosa
che
debba ottenere,
che
non sia stata da me ottenuta; e però mi trovo nella condizione di
chi
è (impegnato) nell'operare (pur senza essere effettivamente
impegnato - N.T.).
(23)
Se io non mi mettessi nella condizione di
chi
è impegnato sempre infaticabilmente nell'operare, gli uomini, o
Partha, in tutte le guise seguirebbero le mie orme (come sempre
fanno - N.T.).
(24)
Sparirebbero questi mondi, se io non dessi piú luogo a questo mio
operare e sarei allora il creatore del disordine e sarei io stesso a
causare la distruzione di queste creature.
(25)
Come gli ignoranti agiscono nell'attaccamento al loro operare, così
appunto gli uomini istruiti e consapevoli devono agire senza
attaccamento, in vista di realizzare la conservazione del mondo.
(26)
Che (colui
che
sa) non faccia nascere aberrazione mentale negli spiriti degli
ignoranti
che
sono attaccati all'operare. Colui
che
sa deve far compiere tutte le opere, agendo nello spirito yogico del
raggiunto equilibrio.
Il Sé non agisce
(27)
Le opere di ogni genere sono compiute dai modi della natura; (ma)
colui
che
è traviato dal sentimento del proprio ego pensa: "sono io colui
che
fa".
(28)
Ma colui
che
conosce la sostanza delle due distinzioni (del Sé) dai modi della
natura e dall'operare (che
ad essi pertiene), o eroe dal braccio possente, pensando sono i modi
ad agire sui modi, non patisce attaccamento.
(29)
Coloro
che
sono fuorviati dai modi naturali patiscono attaccamento agli atti
prodotti dalle qualità naturali stesse. Che nessuno dotato di
scienza completa del tutto, faccia deviare le menti di costoro
che
hanno una scienza solo parziale.
(30)
Abbandonando a me le opere tue, con la mente fissa al Primo Sé,
libero dai desideri, esente da egoismo, combatti, libero da (codesta
tua) febbre.
(31)
Quegli uomini
che,
dotati di fede (e) liberi da sentimenti ostili (desiderio di
discutere), di continuo si adeguano a questo mio insegnamento, son
liberati dalle opere.
(32)
Coloro invece
che
biasimando il mio insegnamento non lo seguono, questi appunto sappi
che
restano smarriti di fronte ad ogni sapienza, perduti e senza (porre)
mente a nulla.
(33)
In modo conforme alla sua propria natura agisce anche
l'uomo
che
ha conoscenza. Gli esseri seguono (in genere) la loro propria
natura. Che cosa mai potrà fare la coercizione?
(34)
Attrazione e ripulsa
che
nascono da un senso si trovano ad esser fissati nei riguardi degli
oggetti di (quel determinato) senso (cioè: ogni oggetto
sensibile produce naturalmente attrazione o avversione, nel senso
che
gli si riferisce - N.T.). Sotto il dominio di queste cose mai venga
alcuno, perché
rappresentano per lui (gli eterni) due nemici.
(35) è
migliore la legge intrinseca
che
a ciascuno pertiene, anche
se solo inadeguatamente si riesca a praticarla,
che
non la legge altrui, anche
se ben praticata. Migliore è la morte nel compimento della legge
che
ci compete, (perché)
(l'attuazione del) la legge altrui porta con sé pericolo.
Il Nemico è Passione e
Iracondia
Arjuna disse:
(36)
Ma allora da
che
cosa aggiogato un uomo commette peccato, anche
contro la sua volontà, o Varsneya, come per forza costretto?
Il
Signore beato disse:
(37)
Tale (come tu dici) è la brama, tale è l'ira, ed esse nascono da
quel modo della natura
che
è il rajas, la passione,
che
tutto divora, tremendamente peccaminosa. Sappi
che
questo è, nel nostro mondo qui, il nemico.
(38)
Come dal fumo è coperto il fuoco, come dalla polvere lo specchio,
come dall'utero l'embrione, così questo mondo è ricoperto da quello
(dal rajas, dalla passione).
(39)
Avviluppata è la conoscenza da questo eterno nemico del saggio, o
figlio di Kuntì, dal fuoco del desiderio, difficile da
soddisfare,
che
assume forme a suo piacimento.
(40) I
sensi, la mente, la facoltà di distinguere son
chiamati
il suo seggio; con questi avviluppando la conoscenza, esso svia
l'anima incarnata.
(41)
Quindi tu, o migliore fra i Bharata, dal principio
controllando i sensi, uccidi il maligno distruttore della scienza e
della conoscenza distinguente.
(42)
Eccellenti sono i sensi, essi dicono, dei sensi piú grande è la
mente, piú grande della mente è l'intelligenza distintiva, ma piú
grande (ancora) dell'intelligenza è Lui (maschile
nel testo).
(43)
Così essendo venuto a conoscere colui
che
è al di là dell'intelligenza distinguente, rinsaldando il sé
(inferiore) per mezzo del Sé, uccidi, o eroe dal forte braccio, il
nemico
che
ha la forma del desiderio e
che
è così duro da affrontare.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il terzo capitolo
che
ha per titolo
"Lo Yoga dell'operare".
(KarmaYoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo quarto
La via della conoscenza
|
La tradizione dello Jnana
Yoga
Il
Signore Beato disse:
(1)
Questo yoga imperituro io già proclamai a suo tempo a Vivasvan;
Vivasvan lo espose a Manu e Manu lo descrisse a
Iksvaku.
(2)
Così trasmesso dall'uno all'altro lo conobbero i reali profeti (finché)
quello yoga si perse in questo nostro mondo, per il gran trascorrer
del tempo, o uccisor dei nemici.
(3)
Appunto questo antico yoga ti è stato oggi esposto da me; perché
tu sei il mio fedele e il mio amico; questo è appunto il sommo
segreto.
Arjuna disse:
(4)
Posteriore è stata la nascita di (Tua) Vostra Signoria, anteriore
invece la nascita di Vivasvan: in
che
modo si deve dunque intendere il fatto
che
Tu al principio gli abbia esposto queste cose?
La Teoria degli Avatara
Il
Signore Beato disse:
(5)
Molte sono le mie vite passate e così anche
le tue, o Arjuna; io, le conosco tutte, ma tu non le conosci,
o distruttore dei nemici.
(6)
Sebbene sia non-nato e sia inalterabile nel Sé, sebbene sia il
signore delle creature, pur essendo saldamente fondato in quella
natura
che
mi è propria, io vengo all'essere (empirico) attraverso il potere
che
mi appartiene.
(7)
Laddove ha luogo un declino del giusto, o Bharata, e
l'affermarsi dell'ingiustizia, allora io creo me stesso nella forma
dell'incarnazione.
(8)
Per la protezione dei buoni, per la distruzione dei malvagi, per
dare stabile fondamento al regno della giustizia, io vengo
nell'esistere di età in età.
(9)
Colui
che
conosce nella loro autentica essenza la mia divina nascita e il mio
operare, non avrà altra nascita, ma a me egli verrà, o Arjuna.
(10)
Liberi da passione, paura ed ira, in me consistenti (fatti di me),
in me rifugiati, molti purificati dalla pratica austera della
conoscenza, hanno raggiunto la mia condizione di essere.
(11)
Quando gli uomini vengono a me, allora appunto io li accolgo; da
tutte le parti (seguono il mio cammino) sulle mie orme insistono gli
uomini, o Partha.
(12)
Coloro
che
desiderano la fruizione delle loro opere, sacrificano in questo
mondo agli dei (cioè alle varie forme della divinità - N.T.), perché
rapido (effimero) è in questo mondo umano il godimento delle
conseguenze delle opere.
L'essenzialità
dell'assenza del desiderio nell'opera divina
(13)
Il sistema delle quattro caste fu creato da me secondo la
suddivisione delle qualità e delle opere. Sappi
che
io, sebbene sia il creatore, sono uno
che
non agisce e non muta.
L'agire senza
attaccamento non porta alla condizione di vincolo
(14)
Le opere non mi rendono impuro; in me non ha sede desiderio alcuno
di frutto; colui
che
così mi conosce non riceve vincolo dall'operare.
(15)
Con questa consapevolezza si dette luogo all'operare anche
da parte degli uomini antichi
che
anelavano alla liberazione. Per questo compi anche
tu l'opera (come) compiuta dagli antichi
nei tempi andati.
Agire e non-agire
(16)
Che cos'è l'agire? Che cos'è il non-agire? A questo proposito, anche
gli antichi
saggi-poeti sono esitanti. Io ti rivelerò
che
cos'è l'agire, e ciò conoscendo sarai liberato dal male.
(17)
Si deve intendere
che
cosa sia l'agire e così anche
s'ha da intendere
che
cosa sia l'agire non-retto e bisogna intendere
che
cosa sia il non-agire. Estremamente ardua è la strada dell'agire.
(18)
Colui
che
vede nell'agire il non-agire e l'agire nel non-agire, quegli è
saggio fra gli uomini, quegli è uno
che
ha realizzato l'unione e
che
ha portato del tutto a compimento l'opera sua.
(19)
Colui le cui imprese sono tutte esenti dall'atto di volizione
che
procede dal desiderio, colui le cui opere sono bruciate al fuoco del
conoscere, questo, appunto, i sapienti
chiamano
un uomo di sapere.
(20)
Avendo dismesso l'attaccamento al frutto dell'operare, sempre
soddisfatto, senza doversi appoggiare ad alcunché,
egli non fa nulla, sebbene sia sempre occupato ad agire.
(21)
Se non ha desideri, (se vive) con il controllo del proprio pensiero
e del proprio sé, per esser uno
che
ha rinunciato ad ogni forma di possesso, dando luogo ad un agire del
tutto limitato alla sfera corporea, non commette male.
(22)
Colui
che
rimane soddisfatto del guadagno fortuito,
che
ha superato il regno del due,
che
è libero da sentimenti ostili, (che
è) uguale (a se stesso) nel successo e nell'insuccesso, anche
agendo, non rimane soggetto a vincoli.
(23)
L'operare dell'uomo il cui attaccamento è scomparso,
che
ha raggiunto la liberazione, il cui spirito è saldamente fondato nel
conoscere,
che
opera come per un sacrificio, si dissolve completamente.
(24)
(Per quest'ultimo) l'atto dell'offrire è Brahma, Brahma
è l'offerta stessa rituale; da Brahma è versata (l'azione
che
si identifica con il sacrifizio) nel fuoco sacrificale. Da colui
che
realizza Brahma nel suo operare, Dio è ciò
che
deve esser attinto.
Il sacrificio e il suo
valore simbolico
(25)
Alcuni yoginah offrono il (divino) sacrificio come rivolto
agli dei, altri (invece) offrono il sacrificio per il sacrificio
(per mezzo del sacrificio) nel fuoco di Brahma.
(26)
Altri sacrificano l'udito e gli altri sensi nel molteplice fuoco del
controllo di sé; altri offrono il suono e gli altri oggetti di senso
nel fuoco molteplice del senso.
(27)
Altri ancora offrono tutti gli atti dei loro sensi e gli atti del
flusso vitale (prana) nel fuoco dello yoga
dell'autocontrollo, acceso dalla conoscenza.
(28)
Altri, in simile modo, son quelli
che
offrono sacrifici materiali (oppure) il sacrificio della loro vita
da penitenti (oppure) il sacrificio degli esercizi yogici; ed altri
ancora, asceti
che
osservano i voti, (son quelli
che)
offrono in sacrificio i loro studi e la loro dottrina.
(29)
Altri poi similmente, interamente dediti al controllo del respiro,
arrestando i movimenti di espirazione ed inspirazione, sacrificano
il fiato
che
inspirano in quello
che
espirano e il fiato
che
espirano in quello
che
inspirano.
(30)
Altri (poi),
che
son coloro
che
limitano il cibo, sacrificano
i
flussi vitali (immergendoli) negli stessi flussi vitali. Tutti
costoro nell'insieme sono quelli
che
sanno
che
(cosa) sia il sacrificio, e (sono coloro
che)
distruggono le impurità per mezzo del sacrificio.
(31)
Coloro
che
mangiano il cibo sacro
che
resta del sacrificio attingono l'eterno Brahma; questo mondo
non è di colui
che
non offre alcun sacrificio: come (potrebbe esserlo) un altro
(mondo), o ottimo fra i Kuru (Arjuna)?
(32)
Così dunque varie forme di sacrificio si dispiegano nel volto del
Brahman. Sappi
che
esse tutte nascon dall'operare e, così sapendo, avrai la
liberazione.
Conoscere ed Operare
(33)
La conoscenza come sacrificio è maggiore di ogni sacrificio
materiale, o distruttor dei nemici; ogni opera, senza escluderne
alcuna assolutamente, interamente si risolve nel conoscere.
(34)
Impara ciò con sentimento di sottomissione, formulando questioni e
con reverente rispetto. Gli uomini
che
sanno e
che
hanno avuto la conoscenza immediata della verità ti mostreranno
l'oggetto del conoscere.
Elogio del conoscere
(35) E
quando tu avrai conosciuto questo, non cadrai di nuovo, o Pandava,
nella confusione (di prima); per questo mezzo potrai vedere gli
esseri tutti senza esclusione, nel Sé, quindi, in Me.
(36)
Anche
se tu fossi il piú (grande) peccatore di tutti i malvagi, potrai
passare attraverso ogni peccato e superarlo, con il solo mezzo della
nave del conoscere.
(37)
Come il fuoco
che
arde riduce in cenere ciò
che
lo alimenta, o Arjuna, così il fuoco del conoscere riduce in
cenere tutte le opere.
(38)
Non si conosce su questa terra mezzo di purificazione
che
sia pari al sapere; colui
che
ha raggiunto la perfezione yogica lo trova, coll'andar del tempo,
nel suo proprio sé, come qualcosa
che
gli appartiene.
La fede è necessaria per
il raggiungimento della conoscenza
(39)
Colui
che
ha fede,
che
ha ciò (la conoscenza-sapienza) per fine supremo, colui
che
ha il controllo dei sensi consegue la conoscenza-sapienza e, avendo
conseguito la conoscenza, ben presto raggiunge la pace suprema.
(40)
Ma colui
che
è completamente privo di conoscenza, colui
che
non ha fede,
che
ha l'animo dubbioso, perisce. Per colui
che
ha l'animo dubbioso non c'è né questo mondo, né un altro, non c'è
felicità.
(41)
Le opere non vincolano colui
che
ha rinunciato alle opere attraverso lo yoga,
che
ha distrutto i dubbi attraverso la conoscenza e
che
ha il dominio di sé, o possessore della ricchezza.
(42)
Perciò, dopo aver tagliato con la spada della conoscenza questo
dubbio
che
ha preso sede nel tuo cuore e
che
è opera dell'ignoranza, ricorri allo yoga e sorgi, o Bharata.
~.~.~
~.~.~
Tale è il
quarto capitolo intitolato
"Lo Yoga del Conoscere - Sapere".
(Jnana Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo quinto
La vera rinuncia
|
Samkhya e Yoga portano
allo stesso fine
Ariuna
disse:
(1) Tu
lodi, o Krsna, (nel contempo) la rinuncia alle opere e poi anche
lo yoga (che
comporta la loro realizzazione senza attaccamento). Quale delle due
cose sia migliore (che
una dov'essere), dimmi, come cosa ben stabilita.
Il
Signore Beato disse:
(2) La
rinuncia alle opere e il compierle senza intenzione egoistica son
cose, tutte e due,
che
danno luogo a quella felicità della quale non c'è una maggiore. Ma
dei due (termini dell'alternativa) il compiere le opere senza
intenzione egoistica è superiore alla (pura e semplice) rinuncia
alle opere (stesse)
(3)
Colui
che
non odia,
che
non ha desideri deve essere
chiaramente
conosciuto come colui
che
è sempre permeato dello spirito della rinuncia; in quanto è esente
dalla dualità, o eroe dal braccio possente, egli è facilmente libero
da legame.
(4)
Gli sciocchi
proclamano
che
il Samkhya e lo Yoga sono due cose separate, ma non così
proclamano coloro
che
sanno. Colui
che
si dedica in modo compiuto anche
ad una (sola dottrina), ottiene il frutto di tutte e due.
(5)
Quella condizione
che
è attinta da coloro
che
seguono la via della rinuncia (e della conoscenza intellettiva),
essa appunto è raggiunta anche
dagli uomini
che
seguono la via dell'operare. Colui
che
vede essere una sola (via) le vie della rinuncia e dell'azione,
quello appunto vede (veramente).
(6) Ma
la rinuncia, o uomo dalle braccia possenti, difficile è da ottenere
senza lo Yoga. L'asceta
che
si dedica alla via dello yoga (del karmayoga), attinge ben
presto l'Assoluto.
(7)
Colui
che
dedicandosi costantemente alla via dello Yoga ha l'animo puro, colui
che
ha vinto se stesso,
che
è signore dei sensi, il cui sé è divenuto il sé di tutti gli esseri,
anche
se opera, non è macchiato
(dal suo operare).
(8-9)
"Io non faccio in realtà cosa alcuna": così può pensare colui
che
ha raggiunto l'unità con il divino e
che
conosce la verità delle cose; vedendo, udendo, avvertendo sensazioni
tattili, percependo odori, gustando sapori, camminando, dormendo,
respirando, parlando, respingendo, afferrando, aprendo gli occhi,
chiudendoli,
pur nell'atto di far tutto ciò, si rende conto del fatto
che
sono i sensi a volgersi intorno agli oggetti dei sensi.
(10)
Colui
che
opera, dopo aver rinunciato all'attaccamento, deponendo le sue opere
in Brahma, lui appunto non è macchiato
dal peccato, così come foglia di loto non (è toccata) dall'acqua.
(11)
Gli yoginah (qui, coloro
che
seguono la via dell'azione) compiono le loro opere con il corpo, con
la mente, con la capacità discriminatrice intellettiva o anche
soltanto coi sensi, rinunciando all'attaccamento, per purificare i
loro sé individuali.
(12)
Colui
che
realizza lo yoga secondo questi principii, rinunciando al frutto del
suo operare, raggiunge la pace
che
non vacilla, ma colui
che
cosi non realizza lo yoga, essendo condizionato dai suoi desideri e
restando attaccato al frutto dell'azione, subisce (di conseguenza)
la legge del vincolo.
(13)
L'anima incarnata, col rinunciare a tutte le azioni per un atto
interiore, padrona di sé, a suo agio dimora nella città dalle nove
porte, senza operare e senza far operare.
(14)
Il Sommo non crea ciò
che
dà luogo agli atti, non gli atti stessi
che
gli uomini compiono, non (crea) la connessione del frutto con
l'opera (che
ne è condizione); ma la natura stessa delle cose esprime (tutto
ciò).
(15)
Colui
che
tutto compenetra non assume su di sé il merito di alcuno, né di
alcuno il peccato. La conoscenza è avvolta nell'ignoranza; per
questo, le creature sono smarrite.
(16)
Coloro negli spiriti dei quali l'ignoranza è distrutta dalla
conoscenza, di costoro la conoscenza manifesta, simile a sole
splendente, l'Essere SOMMO.
(17)
Coloro
che
hanno lo spirito pieno di Quello,
che
a Quello volgono le anime loro,
che
su Quello si fondano,
che
hanno Quello per fine principale (della loro pietas) attingono una
condizione dalla quale non si torna indietro, essi
che
per mezzo della conoscenza fanno cader via le sozzure.
(18) I
saggi son tali da vedere con lo stesso occhio
un brahmano, di sapienza e modestia dotato, una vacca, un elefante,
un cane e un uomo
che
(non appartiene a casta alcuna) mangi carne di cane.
(19)
Anche
in questo mondo qui la condizione mondana è vinta da coloro il cui
spirito si fonda sul perfetto equilibrio. Brahma è esente da
macchia
ed è identico a sé; di conseguenza essi sono saldamente fondati
nella realtà divina.
(20)
Non ci si deve rallegrare nell'ottenere ciò
che
ci piace, né rattristare per aver in sorte ciò
che
non ci piace: colui
che
(in questo modo) è fermo nell'intelletto, fermo nell'animo, lui
che
conosce il Brahman, nel Brahman saldamente è fondato.
(21)
Colui
che
non ha l'animo attaccato alle sensazioni relative agli oggetti
esterni, trova quella felicità
che
ha sede nel Sé. Questi,
che
per mezzo dell'azione yogica, ha raggiunto l'equilibrio nel
Brahman, gioisce di una imperitura felicità.
(22)
Quei piaceri, quali
che
siano,
che
nascono dal contatto con gli oggetti, sono soltanto fonte di dolore,
hanno un principio ed una fine, o figlio di Kuntì; di essi
non gode il saggio.
(23)
Chi è capace di aver la meglio, anche
in questo mondo, sugli impulsi del desiderio e dell'ira, prima della
liberazione dal corpo, quegli appunto è uno
che
ha raggiunto l'equilibrio interiore, quegli è un uomo felice.
La pace
che
sgorga dal di dentro
(24)
Colui
che
possiede la felicità interiore,
che
possiede la letizia interiore ed è, parimenti, dotato di una luce
interiore, quello yogin,
sustanziato di Dio, attinge la divina
beatitudine.
(25)
Conseguono la divina beatitudine i santi veggenti i cui peccati sono
ridotti a nulla, il cui ondeggiare fra due termini è spezzato (i cui
dubbi sono fugati),
che
hanno raggiunto l'equilibrio spirituale e
che
provano piacere nel bene di tutti gli esseri.
(26)
Presso gli asceti
che
si sono liberati del desiderio e dell'ira,
che
hanno sottomesso i loro spiriti e
che
conoscono il Sé si trova la beatitudine
Brahmanica.
(27-28) Rendendo del tutto estranee le percezioni relative agli
oggetti esterni, e concentrando lo sguardo fra le due sopracciglia,
rendendo uguali ispirazione ed espirazione
moventisi all'interno delle narici, il saggio
che
ha vinto i sensi, l'animo, la capacità discriminante,
che
è tutto fisso al fine della liberazione,
che
si è liberato del desiderio, del timore, dell'ira, quello appunto
davvero è per sempre libero.
(29)
Ed avendo conosciuto me come colui
che
gode dei sacrifici e delle penitenze, gran signore del mondo intero,
amico di tutti gli esseri, raggiunge la pace.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il quinto capitolo intitolato
"Lo Yoga della rinunda all'azione".
(Karmasamnyasa Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo sesto
Il vero Yoga
|
Rinuncia e azione sono
una sola cosa
Il
Signore beato disse:
(1)
Colui
che
compie l'opera,
che
deve compiere, senza prendere in considerazione il frutto dell'opera
stessa, quegli è il vero samnyasin
(operatore di rinuncia), quegli è il vero
yogin (che
agisce nella rinuncia), non colui
che
non accende il fuoco sacro e
che
non compie i riti.
(2)
Ciò
che
chiamano
rinuncia sappi essere attività nell'autocontrollo, o
Pandava,
che
in nessun modo può diventare uno yogi
(attivo nell'autocontrollo)
chi
non ha messo da parte i suoi desideri egoistici.
Il mezzo ed il Fine
(3)
L'agire è detto essere il mezzo del saggio desideroso di attingere
lo yoga; la calma profonda è detta essere il mezzo di colui
che
si è elevato ad attingere lo yoga.
(4)
Quando l'asceta non è piú, in verità,
attaccato agli oggetti sensibili ed alle opere ed ha rinunciato a
tutti i suoi desideri egoistici, allora si dice
che
si è elevato ad attingere lo yoga.
(5)
Che (l'uomo) elevi se stesso per mezzo di se stesso;
che
egli non degradi se stesso; solo il Sé è amico del sé, solo il Sé è
nemico del sé.
(6) Il
Sé è amico del sé di colui, per il quale il sé è stato vinto dal Sé,
ma contro colui
che
non possiede il Sé, quello
che
è il Sé autentico in ostilità si potrà volgere, come nemico.
(7) Il
Sé sommo di colui
che
ha conseguito vittoria sul suo sé e
che
ha (di conseguenza) raggiunto la serenità (del dominio di sé) è
tutto inteso a se stesso, nel freddo nel caldo nella felicità nella
sventura, e ugualmente nell'onore e nel disonore.
(8) Lo
yogin la cui anima si soddisfa
della sapienza e della conoscenza, immutabile, padrone dei sensi,
per il quale un pugno di terra, un sasso, un pezzo d'oro sono la
stessa cosa, si dice aver raggiunto l'equilibrio
yogico.
(9)
Colui
che
ha lo stesso atteggiamento spirituale nei confronti degli amici e
dei compagni, dei nemici e degli indifferenti, degli imparziali, di
quelli
che
hanno odio e di quelli
che
sono parziali, nei confronti dei santi e ugualmente dei peccatori,
quegli si distingue (fra tutti).
Ha importanza
fondamentale il controllo continuo dello spirito e del corpo
(10)
Lo yogin deve continuamente
fissare la mente sul Sé universale, in solitudine restando, tutto
solo, nel dominio del proprio spirito, esente da desideri e libero
dal desiderio di appropriarsi di qualcosa.
(11)
Dopo aver fatto mettere in un posto pulito il suo solito seggio, non
troppo elevato né troppo basso, coperto di erba, di una pelle
d'antilope, di una veste, una cosa sull'altra,
(12)
allora, messosi sul seggio, fissando la mente su un unico punto,
avendo messo sotto controllo le attività del pensiero e dei sensi,
che
egli pratichi
lo Yoga per la purificazione del sé.
(13-14-15) Sempre allo stesso modo mantenendo immoti il corpo la
testa e il collo, stando fermo, guardando fissamente la punta del
proprio naso e senza guardare lo spazio d'intorno,
coll'animo tranquillo e senza paura,
saldo nel voto di castità dell'aspirante
brahmano, dopo aver domato la sua psiche,
col pensiero a me fiso, coll'animo in
armonia sieda, col pensiero a me solo intento. Lo
yogin
che
ha sottomesso il suo animo, tenendo sempre se stesso così
armonizzato, raggiunge la pace, il supremo nirvana,
che
in me ha la sua sede.
(16)
Ma lo Yoga non è in verità di colui
che
troppo mangia, né di colui
che
non mangia affatto (che
troppo si astiene dal mangiare); non è di colui
che
ha l'abitudine del troppo sonno o di colui
che
(troppo) veglia, o Arjuna.
(17)
Dell'uomo
che
è misurato negli alimenti e nel riposo, di colui
che
appropriatamente agisce negli atti della vita, di colui
che
con misura dorme e sta sveglio, diventa proprio lo Yoga
che
distrugge la differenza.
Lo
Yogi perfetto
(18)
Allorchè
la mente
che
ha raggiunto l'equilibrio è fondata sul Sé e solo su di esso, esente
da desideri, da tutte le passioni, si dice allora
che
ha raggiunto l'equilibrio yogico.
(19)
Come una lampada
che
sta al riparo dal vento non si muove, cosi è dello
yogin
che
ha sottomesso il suo spirito e
che
realizza l'unione col Sé.
(20)
Ciò in cui il pensiero si ferma, bloccato dalla pratica della
meditazione, ciò in cui (l'asceta) vedendo il Sé attraverso il sé,
gode del Sé,
(21)
ciò
che
egli conosce quale suprema gioia, accessibile alla capacità
discriminativa e al di sopra dei sensi e
in cui una volta presa stabile dimora non si muove dalla verità,
(22)
quella conquista della quale l'asceta, una volta
che
l'abbia ottenuta, pensa
che
non possa esservi una superiore, nella quale, una volta presa
stabile dimora, non è piú scosso neanche
dalla sciagura
che
è di per sé la piú grave;
(23)
si conosca come quello
che
chiamano
Yoga questo distacco dalla somma delle cose
che
danno dolore; questo Yoga dev'essere
realizzato con sicurezza e con animo per nulla afflitto (sereno).
(24)
Rinunciando a tutti, senza eccezione, i desideri
che
sorgono dalla brama egoistica, con la mente tutti i sensi frenando
da ogni parte,
(25)
che
egli a poco a poco cessi di agire, per mezzo della capacità
discriminatrice sostenuta dalla
fermezza; avendo la mente fissa sul Sé, non pensi ad alcuna altra
cosa.
(26)
Per qualsiasi cosa la mente si manifesti esagitata ed instabile,
frenandola, la conduca sottomessa solo al Sé eterno.
(27)
Perché
la felicità somma sopravviene allo yogin
dallo spirito calmo, le cui passioni si siano calmate e
che,
senza macchia,
è divenuto una cosa sola con Brahma.
(28)
Lo yogin
che
si è liberato di ogni sozzura, cosi tenendo il sé in costante
armonia, con facilità esperisce l'infinita beatitudine del tatto di
Brahma.
(29)
Colui il cui sé ha raggiunto l'armonia dello yoga pensa il Sé in
tutti gli esseri e tutti gli esseri nel Sé, dappertutto egli vede (o
immediatamente pensa) nello stesso modo.
(30)
Per colui
che
vede me dappertutto e vede tutto in me io mai non perisco né mai lui
perisce per me.
(31)
Lo yogin
che
nell'unità stando onora me come in tutti gli esseri presente, in me
vive, da qualsiasi parte si volga.
(32)
Colui
che
dappertutto considera ugualmente in simiglianza
di se stesso, (prendendo se stesso come punto di riferimento per
giudicare gli altri nello stesso modo), sia per le cose piacevoli
sia per le spiacevoli, quello è considerato uno
yogin perfetto, o Arjuna.
Il controllo del
manas (insieme degli agglomerati psichici)
è difficile ma è possibile
Arjuna
disse:
(33)
Di questo yoga
che
da te è spiegato in termini di armonia dello spirito, o
Madhusudana,
non vedo lo possibilità di una fondazione stabile, a causa
dell'irrequietezza del manas
(delle forze psichiche).
(34)
Perché
l'insieme delle forze psichiche
è irrequieto, o Ksrna, è dotato
di forza disgregatrice, è forte, è difficile da rimuovere. La
possibilità di controllarlo io penso sia tanto poco agevole, quanto
poco lo è controllare il vento.
Il
Signore Beato disse:
(35)
Senza dubbio, o signore dal forte braccio, il
manas (il complesso delle forze psichiche)
è difficile da controllare ed è irrequieto; tuttavia, o figlio di
Kuntí, se ne può aver ragione per
via d'esercizio e con la pratica. Dell'Indifferenza.
(36)
Lo yoga è difficile da realizzare, così io penso, da parte di uno
che
non ha il controllo di sé; invece, può esser realizzato da parte di
uno
che,
avendo l'animo domato, si sforzi con i propri mezzi.
Arjuna
disse:
(37)
Colui
che,
sebbene partecipe di fede, non riesca a realizzare l'ascesi, avendo
l'animo
che
trascorre via dallo Yoga, non potendo raggiungere la perfezione
yogica, per quale via deve andare egli o
Krsna?
(38)
Non è forse vero
che
colui
che
ha fallito e l'una e l'altra via perisce come una nuvola dispersa,
senza
che
possa appoggiarsi ad alcunché,
o eroe dal braccio possente, (e vaga) smarrito sulla strada
che
porta al Brahman?
(39)
Tu, o Krsna, dovresti dissipare
completamente questo mio dubbio,
che
davvero altri all'infuori di te non esiste,
che
sia in grado di dissiparlo.
Il
Signore beato disse:
(40) O
Partha, né in questo mondo né
nell'altro può egli perire; perché
nessuno
che
operi nobilmente percorre, mio caro, la strada della sventura.
(41)
Avendo raggiunto il mondo dei bene-operanti (e quivi) per molti e
molti anni avendo dimorato, colui
che
(per l'addietro) ha abbandonato la via dello Yoga, di nuovo rinasce
nella casa di quelli
che
son mondi da macchia
e son ricchi
di qualità.
(42)
Oppure nasce nella stirpe degli yoginah
che
sono saggi:
ché
in verità una nascita del genere è piú
difficile da ottenere nel mondo.
(43)
In questa condizione egli riassume i modi della concentrazione
interiore,
che
erano già appartenuti alla vita anteriore, e attraverso di essi
ancora di piú si sforza per la
perfezione, o gioia dei Kuru.
(44)
Da quella sua pratica anteriore egli è trascinato (ad operare
yogicamente) senza
che
egli possa nulla in contrario; anche
colui
che
desidera la conoscenza yogica sfugge ai
limiti della sacra parola vedica.
(45)
Ma lo yogin completamente mondo
da peccati,
che
lotta con sforzo continuo, perfezionandosi attraverso parecchie
nascite, con questi mezzi raggiunge il supremo fine.
Lo
Yogin Perfetto
(46)
Lo yogin è superiore agli asceti;
e anche
rispetto a quelli
che
conseguono la conoscenza è ritenuto superiore lo
yogin; anche
degli uomini
che
compiono i riti lo yogin è
superiore: per questo diventa uno yogin,
o Arjuna.
(47) E
di tutti gli yoginah colui
che
rende culto a me, pieno essendo di fede, con il sé interiormente in
me rifugiato, quello appunto è da me ritenuto essere colui
che
meglio ha realizzato lo Yoga.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il sesto capitolo
che
è intitolato
"Lo yoga della meditazione".
(Dhyana Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo settimo
Dio e il mondo
|
Dio è natura e spirito
il
Signore Beato disse:
(1)
Questo ascolta, o Partha, come
(cioè) senza dubbio conoscerai me pienamente, in me l'animo
intendendo, realizzando lo Yoga (e) in me avendo il rifugio.
(2) Io
ti farò partecipe di questa sapienza e della giusta conoscenza
che
l'accompagna: quando uno abbia questa sapienza nessun'altra cosa
resta in questo mondo,
che
debba ancora essere conosciuta.
(3)
Fra mille uomini è difficile
che
pur uno soltanto si sforzi di raggiungere la perfezione e di coloro
che
pur si sforzano e raggiungono la perfezione, è difficile
che
pur uno riesca a conoscermi in verità.
Le due nature del Signore
(4) La
terra, l'acqua, il fuoco, l'aria, l'etere, il
manas e la capacità discriminante, il senso di sé,
tutto questo costituisce la mia natura in otto forme divisa.
(5)
Questa è la (mia) realtà inferiore relativa a questo mondo qui.
Conosci però l'altra mia superiore natura,
che
consiste nella vita, o eroe dal forte braccio, da cui questo mondo è
sostenuto (nell'essere).
(6)
Renditi conto del fatto
che
tutti gli esseri hanno questa origine. Io sono l'Origine del mondo
intero e ne sono nel contempo la dissoluzione.
(7)
Superiore a me non c'è cosa alcuna, o possessore della ricchezza,
tutto questo mondo è intessuto su di me, come perle (legate) in un
filo.
(8) lo
sono nelle acque il sapore, o figlio di
Kuntí, nella luna e nel sole io sono la luce; sono la
sillaba sacra AUM in tutti i Veda, sono il suono
nell'etere e negli uomini la virilità.
(9) E
nella terra sono il puro profumo e nel fuoco l'ardente splendore, in
tutti gli esseri sono la vita e negli asceti la penitenza.
(10)
Sappi, o Partha,
che
io sono il seme eterno di tutti gli esseri; io sono il discernere di
coloro
che
del discernimento partecipano, dei gloriosi la gloria io sono.
(11) E
sono la forza dei forti, da desiderio e da passione libera. Negli
esseri sono il desiderio
che
alla giustizia del dharma non si
oppone, o ottimo fra i Bharata.
(12) E
quali
che
siano le condizioni dell'essere, armoniose, appassionate, tenebrose,
sappi
che
esse da me, tutte, provengono: io non sono in esse, ma esse sono in
me.
I modi della natura sono
motivo di confusione per gli uomini
(13)
Tutto questo mondo, tratto in inganno da queste condizioni
dell'essere determinate dalle qualità, non riconosce me
che
sono superiore ad esse ed imperituro.
(14)
In realtà questa mia divina potenza creatrice,
che
si realizza nelle tre qualità, è difficile da superare. Coloro
(però)
che
cercano rifugio in me, soltanto, riescono a superarla.
La condizione di coloro
che
fanno il male
(15)
Coloro
che
fanno il male, incoscienti come sono, gente vile fra gli uomini, la
cui facoltà conoscitiva è rapita dall'illusione e
che
partecipa di demoniaca natura, non cercano e non trovano in me
rifugio.
Le diverse specie della
devozione
(16)
Gli uomini
che
fanno il bene, (che
sono, essendo) di quattro specie, onorano me, o
Arjuna: l'uomo caduto in disgrazia, l'uomo
che
cerca la conoscenza, l'uomo
che
cerca la ricchezza
e l'uomo
che
possiede la sapienza, o ottimo fra i Bharata.
(17)
Di costoro il saggio
che
è sempre unito alla divinità,
che
ha devozione per colui
che
è l'Unico e il Solo, è il migliore; sommamente caro invero al saggio
io sono, ed egli lo è a me.
(18)
Nobili sono per certo tutti costoro, ma il saggio è davvero il Sé,
io giudico; avendo egli raggiunto il perfetto equilibrio
yogico, in me trova il suo rifugio, come
meta suprema.
(19)
Al termine di molte vite, l'uomo
che
è dedito alla conoscenza a me ricorre, (sapendo
che)
Vasudeva è tutto (ciò
che
esiste). Una siffatta grande anima è difficile da trovare.
La tolleranza
(20)
Quelli
che
hanno la facoltà discretiva rapita da vari desideri, ricorrono ad
altre divinità , osservando uno un rito, l'altro un altro, a ciò
portati dalle loro proprie nature.
(21)
Qualsiasi entità determinata un devoto desideri con fede venerare,
la fede di lui io rendo immutabile e salda.
(22)
Realizzando in sé quella fede, egli cerca di rendersene propizio
l'oggetto (la divinità particolare, rappresentativa della divinità
in senso speculativo - N.T.) e da esso ottiene (l'adempimento dei)
suoi desideri, adempimento
che
soltanto io stabilisco.
(23)
Ma ben presto ha un termine il frutto (realizzato da) questi uomini
di corta intelligenza; coloro
che
onorano gli dei, agli dei si rivolgono, ma i miei devoti vengono a
Me.
L'ignoranza come potere
(24)
Gli uomini privi d'intelletto pensano Me, l'Immanifesto,
come caduto nel (regno del) la manifestazione, non avendo conoscenza
della mia realtà superiore,
che
è senza mutamento e tutte le cose sopravanza.
(25)
Poiché
sono celato dal mio (stesso) potere creativo, non posso essere a
tutti manifesto. Questo illuso e confuso mondo quaggiù non conosce
Me, il non-nato, immutabile.
(26)
Io conosco gli esseri
che
passarono, gli esseri
che
ora trascorrono, gli esseri
che
saranno, ma non c'è alcuno
che
conosca Me.
(27)
Tutti gli esseri in questo mondo della manifestazione, o
uccisor dei nemici, cadono
nell'illusione, o Bharata, a
causa del turbamento dovuto agli opposti, prodotti dal desiderio e
dall'odio.
L'oggetto della
conoscenza
(28)
Ma gli uomini
che
compiono azioni meritorie, nei quali il principio del male,
che
prima vi dimorava, è venuto meno, liberi dal turbamento prodotto
dagli opposti, onorano Me, fedeli ai loro voti religiosi.
(29)
Coloro
che
a Me consacrandosi, lottano per la liberazione dalla vecchiaia
e dalla morte, questi appunto conoscono l'Assoluto in tutto e per
tutto, (conoscono) il Sé Primo e il karma (il principio
dell'agire) esente da imperfezioni.
(30)
Coloro
che
conoscono Me come quello
che
rappresenta l'essenza degli esseri e del divino e
che
rappresenta l'essenza del sacrificio, quelli appunto, realizzando la
concentrazione nel loro spirito, conoscono Me anche
nel momento del loro andarsene (da questo mondo) (anche
nell'ora della morte).
~.~.~
~.~.~
Questo è
il settimo capitolo intitolato
"Lo yoga della sapienza e della conoscenza distintiva".
(Jnanavijnana Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo ottavo
Il processo dell'evoluzione cosmica
|
Domande poste da
Arjuna
Arjuna
disse:
(1)
Che cos'è il Brahman? Che cos'è
il Sé Primo? Che cos'è il "principio dell'azione", o ottimo fra gli
uomini? Che cos'è
che
si
chiama
essere originario? Che cos'è
che
è
chiamato
"divino originario"?
(2)
Che cos'è
che
costituisce il sacrificio supremo in questo corpo quaggiù e come, o
Madhusudana
(uccisore di
Madhu)?
E come nell'ora della dipartita puoi essere tu conosciuto da coloro
che
hanno domato se stessi?
Le risposte di
Krsna
Il
Signore beato disse:
(3) Il
Brahma è l'indistruttibile, il
Supremo; Sé originario è
chiamata
l'essenza fondamentale di ciascuno e di tutti; conosciuta e distinta
come karma (principio dell'agire) è la forza creatrice
che
dà origine all'esistenza degli esseri.
(4) La
natura mutevole (l'esser-reale mutevole) è il fondamento
che
dà origine a tutte le cose
che
esistono; lo spirito universale è il fondamento
che
dà origine a tutte le cose
che
hanno natura divina; ed io stesso soltanto sono quaggiù appunto nel
corpo, l'origine dei sacrifici, o ottimo fra gli esseri in un corpo.
L'anima va nell'atto
della dissoluzione corporea a realizzare quella condizione alla
quale è, in quel momento, disposta
(5)
Colui
che,
al momento di morire, ha la mente a me solo rivolta, lasciando il
corpo, e (cosí) compie la sua dipartita,
quello appunto viene al mio modo di essere; non c'è a questo
proposito dubbio alcuno.
(6)
Quale
che
sia il modo di essere al quale uno pone mente, quando alla fine
abbandona il suo corpo, a quel modo di essere appunto o figlio di
Kuntì egli perviene, dacché
è sempre assorbito nel pensiero di esso (sempre addiviene col
pensiero alla realizzazione di questo modo di essere).
(7)
Perciò in tutti i momenti ricòrdati di
Me e lotta (per realizzarmi). Se avrai psiche
e intelletto su me concentrati, a Me soltanto tu verrai, senza
dubbio.
(8)
Colui
che
medita costantemente con il pensiero,
che
nella pratica incessante (della meditazione) ha raggiunto l'armonia
e altrove non trascorre, (quegli) o Partha
raggiunge la Somma Divina Persona.
(9-10)
Chiunque mediti sul Veggente Antico (dell'Origine), colui
che
guida (l'Universo), colui
che
è più sottile del sottile, colui
che
tutto sostiene, la cui forma non è pensabile, colui
che
ha il colore del sole, al di là delle tenebre, al tempo della sua
dipartita, con spirito
che
nulla riesce a scuotere, con lo spirito in armonia, e con la forza
dello Yoga, facendo ben entrare la forza vitale in mezzo ai due
sopraccigli, (egli) raggiunge la suprema divina Persona.
(11)
Io ti descriverò succintamente quella condizione (spirituale)
che
i conoscitori dei Veda
chiamano
ciò
che
non può perire, quella (condizione) in cui entrano gli asceti
che
si son liberati delle passioni e
desiderando la quale, attuano la pratica dell'austerità.
(12-13) Controllando tutte le porte del corpo e confinando la psiche
nel cuore, nel capo collocando la propria forza vitale, ben fermo
nella concentrazione yogica, colui
che
pronunciando la sillaba unica e sacra AUM, (che
si identifica con lo stesso) Brahman,
a me cosi ponendo mente si diparte, abbandonando il suo corpo, se ne
va alla meta piú alta.
(14)
(Di) colui il cui pensiero non ha altro oggetto
che
me e sempre me, colui
che
in me tiene fissa la mente in modo continuo, di lui
che
è uno yogin
che
ha se stesso sotto assoluto costante controllo io sono, o
Partha, facile preda.
(15) A
me essendo venute le grandi anime, avendo raggiunto la somma
completa-perfezione, non vanno a nuova
nascita, a quella
che
è dimora di sciagura, sede dell'effimero.
(16) A
partire dal mondo di Brahma (non
del Brahman) in
giú, (tutti i) mondi sono soggetti a
rinascita, o Arjuna, ma (uno
che
abbia) raggiunto Me, o figlio di Kuntí,
non conosce nuova nascita.
(17)
Coloro
che
sanno
che
il giorno di Brahma ha la durata
di mille età e
che
la notte (di Brahma) mille età
dura, quegli uomini sono i conoscitori del giorno e della notte.
(18)
Tutte le comanifestazioni dal
non-manifestato hanno nascimento al venir del giorno ed ivi stesso,
in ciò
che
ha nome il non-manifesto, si dissolvono al venir della notte.
(19)
Tutto quest'insieme degli esistenti appunto,
che
nasce e torna a rinascere, si dissolve di necessità al venir della
notte, o Partha, e ritorna
all'essere al venire del giorno.
(20)
Ma al di là di questo Immanifestato c'è
un altro Essere eterno non manifestato, il quale non perisce, anche
se tutti gli esistenti periscono.
(21)
Il Non-manifesto è
chiamato
anche
colui
che
non può perire: lo
chiamano
Condizione suprema; coloro
che
lo hanno raggiunto non tornano indietro: quello (costituisce) la mia
suprema dimora.
(22)
Siffatto è il Supremo Purusa, o
Partha,
che
può e deve essere conquistato per mezzo di una devozione
immutevole, in seno al quale tutti gli
esistenti dimorano e dal quale tutto questo mondo è diffuso.
La duplice via
(23)
Ma ora, ottimo fra i Bharata,
(ti) dirò in qual tempo gli yoginah
essendo morti, ritornano, e in quale essendo morti, non ritornano.
(24)
(Quando risplendono) il fuoco, la luce, il giorno, la quindicina
chiara
della luna, i sei mesi del cammino del sole verso il cielo del nord,
allora gli uomini
che
conoscono il Brahman, al
Brahman pervengono.
(25)
(Quando ci sono) il fumo, la notte, così come la quindicina buia del
mese lunare, i sei mesi del cammino del sole verso i cieli del sud,
allora è il tempo in cui lo Yogi
(essendovi morto) avendo raggiunto la luce lunare, ritorna.
(26)
La luce e le tenebre, tali si pensa
che
siano gli eterni sentieri del mondo. Per mezzo dell'uno si va là
donde si è liberati dal dover tornare, per mezzo dell'altro invece
si ritorna di nuovo (su questa terra, ossia si è costretti,
purtroppo, a tornarvi).
(27)
Lo yogin
che
conosce questi sentieri, o Partha,
non può in alcun modo sviarsi. Perciò costantemente realizza l'equilibrío
yogico, o Arjuna.
(28)
Lo yogin essendosi reso conto di
tutto ciò, si rende superiore al frutto delle opere meritorie
che
è assegnato per lo studio dei Veda, per i sacrifici, per le
penitenze e per le offerte ed attinge la condizione suprema e
originaria.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il capitolo ottavo
che
ha per titolo
"Lo yoga dell'Assoluto
che
non può perire".
(Aksarabrahma Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo nono
Il Signore è superiore alla creazione
|
Il Mistero Supremo
Il
Signore Beato disse:
(1) A
te
che
non hai astio nell'animo, rivelerò la conoscenza-sapienza
che
è piú segreta e
che
va congiunta alla conoscenza analitica conoscendo la quale, sarai
libero dal male.
(2)
Questa è conoscenza da re, segreto sovrano, questa è suprema
santità, apprendibile per via di diretta esperienza, in accordo con
la legge universale, è facile da attuarsi, non può perire.
(3)
Gli uomini
che
non hanno fiducia in questo metodo (in questa legge di vita), o
distruttore dei nemici, senza attingere la mia realtà, ritornano
sulla strada della incarnazione mortale.
Il Signore incarnato come
realtà suprema
(4) Da
me si diffonde tutto questo mondo attraverso la mia forma
non-manifestata; tutte le cose trovano in me la loro dimora, ma io
non dimoro in esse.
(5)
Eppur tuttavia gli esseri non dimorano in me: considera il mio
divino potere; il mio Sé
che
dà origine agli esseri è ciò
che
li sostiene, ma non dimora in essi.
(6)
Come la possente aria in movimento,
che
continuamente va da ogni parte quaggiú,
ha il suo fondamento nello spazio etereo, nello stesso modo,
considera, hanno tutti gli esseri in me la loro sede.
(7)
Tutti gli esseri, o figlio di Kuntì,
alla fine di un kalpa (o ciclo
cosmico) tornano alla mia realtà; e al principio del ciclo
successivo di nuovo io li emetto.
(8)
Avvalendomi di quella realtà
che
è la mia propria, se sempre priva di nuovo emetto tutta questa
molteplicità di esistenti, priva di ogni potere, dal momento
che
giace sotto il dispotismo della prakrti
o natura.
(9) E
tali atti non mi vincolano neppure, o possessore della ricchezza,
poiché
io sto a sedere come colui
che
non è impegnato, non essendo io condizionato da attaccamento in
questi atti.
(10)
Avendo me come guida, la natura dà origine all'insieme delle cose
mobili e delle immobili; con questo mezzo (per questa via), o figlio
di Kuntì, il mondo si volge e di
nuovo si volge.
La devozione al Supremo
reca con sé notevoli ricompense: forme
devozionali minori hanno minori ricompense
(11)
Coloro
che
hanno la mente offuscata tengono in dispregio me, quando sono
entrato in un corpo umano, perché
non conoscono la mia suprema realtà (e cioè me) come signore
universale degli esistenti.
(12)
Poiché
essi si fondano sulla natura ingannevole diabolica e demoniaca, sono
esseri dalle vane aspirazioni, dalle azioni vane, dal vano conoscere
e sono privi di capacità giudicativa.
(13)
Invece, o Partha, le grandi anime
che
hanno il loro rifugio nella natura divina, avendo riconosciuto (in)
me l'origine imperitura degli esseri, mi onorano con mente,
che
ad altro non può esser rivolta.
(14)
Sempre glorificando me, compiendo uno strenuo sforzo e rimanendo
saldi nei propri voti, e me onorando con devozione, a me rendono
l'omaggio del culto, avendo costantemente la disciplina dell'animo.
(15)
Altri con il sacrificio della sapienza rendendo a me il culto del
conoscere, onorano me come unità (e), cosa singola per cosa singola,
come molteplicità, alla varietà molteplice delle direzioni volgendo
il viso.
(16)
Io sono l'offerta rituale, io sono il sacrificio, io sono
l'oblazione resa agli antenati, io sono l'erba medicinale, io sono
l'inno sacro, e sono anche
il burro fuso, sono il fuoco e sono l'oggetto dell'offerta
sacrificale.
(17)
lo sono il padre di questo mondo, la madre, colui
che
lo sostiene e il suo supremo signore; sono l'oggetto del conoscere
(di ogni conoscere possibile), il mezze della purificazione, la
sillaba aum, il
rk il
sama e lo yajus
ugualmente (io sono anche
tutti i Veda).
(18)
lo sono la meta, il sostegno, il signore, il testimone, la dimora,
il rifugio, l'amico, io sono il principio dell'essere e della
dissoluzione, la base, il punto di quiete ed il seme
che
non può perire.
(19)
Io riscaldo; io trattengo e lascio andare la pioggia; io sono
l'immortalità ed anche
la morte; io sono nello stesso tempo l'essere e il non-essere, o
Arjuna.
(20) I
conoscitori dei tre Veda, quelli
che
bevono il Soma e mondi da
peccato, a me rendendo sacrifizi,
pregano (di conseguire) la via del cielo; essi, giunti al santo
mondo del signore degli dei, godono in cielo i piaceri degli dei.
(21)
Dopo aver goduto l'ampio mondo del cielo, essendo esaurito il loro
merito, tornano nel mondo di coloro
che
muoiono; così seguendo la dottrina fondata sui tre Veda,
desiderosi di godere, essi ottengono ciò
che
viene e va.
(22)
Ma a quegli uomini
che
hanno Me per oggetto del loro culto e
che
non si occupano di alcun altro oggetto nel loro meditare, a costoro
appunto
che
son quelli
che
sono sempre devoti, io porto il sicuro possesso e la sicurezza.
(23)
Anche
coloro
che
sono devoti ad altri dei, e, armati di fede, recano loro onore, essi
proprio anche
me, o figlio di Kuntì, onorano,
anche
se contro la vera norma.
(24)
Io sono in verità colui
che
gode di tutti i sacrifici ed il loro signore; ma costoro non mi
conoscono in realtà e per questo si perdono.
(25)
Coloro
che
prestano fede e culto agli dei vanno presso gli dei, coloro
che
li prestano ai padri, vanno presso i padri, coloro
che
sacrificano ai trapassati vanno presso i trapassati e coloro
che
sacrificano a me vengono presso di me.
La devozione e le sue
conseguenze
(26)
Anche
se uno con devozione mi offre una foglia, un fiore, un frutto o
dell'acqua, lo accetto una tale offerta fatta con amore da coloro
che
hanno l'animo puro.
(27)
Qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa tu mangi, qualunque cosa tu
offra in sacrifizio, qualunque cosa tu
dia, quali
che
siano le penitenze
che
tu pratichi,
o figlio di Kuntì, fa ciò come se
si trattasse di restituirmi qualcosa
che
io ti abbia dato.
(28)
Cosí sarai liberato dai vincoli
dell'operare
che
producono buoni e cattivi risultati; con la mente volta allo yoga
della rinuncia, tu, libero, potrai raggiungermi.
(29)
lo sono identico, in tutti gli esseri: nessuno mi è odioso, nessuno
mi è caro; ma coloro
che
rendono a me culto con devozione, quelli appunto sono in Me e io
sono in loro.
(30)
Se un uomo,
che
pur abbia agito sempre in modo spregevole, mi onora
cosí da non rivolgersi ad alcun altro
oggetto nella sua pietà, questi appunto deve esser tenuto in conto
di uomo retto;
ché
in verità egli è uno
che
è arrivato a una determinazione, quale si conviene.
(31)
Ben presto diventa uno spirito giusto e raggiunge una pace
che
eternamente dura; o figlio di Kuntì,
sappi (che)
colui
che
mi è fedele giammai non perisce .
(32)
In verità anche
quelli
che
sono di cattiva nascita, o donne, o vaisyah
oppur anche
sudrah, se cercano in me un
rifugio, o Partha.
(33)
(E)
che
ancora (altro potrebbe esservi di diverso per) i virtuosi
Brahmani ed ugualmente per i nobili
profeti pieni di devozione? Una volta entrato in questo mondo dell'impermanenza
e del dolore, sii devoto a me.
(34)
Abbi la mente a me fissa; a me sii devoto; a me sacrificando rendi
onore; e dopo esserti imposto la disciplina dello spirito a me
verrai, in me avendo l'estremo rifugio.
~.~.~
~.~.~
Tale è il
nono capitolo intitolato
"Lo Yoga della Suprema Conoscenza e del Supremo Mistero".
(Rajavidyarajaguhya Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo decimo
Dio è la fonte di tutto: conoscere Lui è
conoscere tutto
|
Immanenza e trascendenza
di Dio
Il
Signore Beato disse:
(1) Di
nuovo, o eroe dal forte braccio, ascolta la mia suprema parola; per
il desiderio
che
ho di fare il bene, io la dirò a te
che
sei amato (o mio guerriero diletto).
(2) La
mia origine non conoscono gli eserciti degli dei, né i grandi saggi;
perché
io sono, in tutti i possibili sensi, l'origine degli dei e dei
grandi saggi.
(3)
Colui
che
in me conosce il non-generato, senza-principio, gran signore del
mondo, quegli è fra i mortali imperturbato e da tutti i peccati è
libero.
(4-5)
La capacità di distinguere, la conoscenza, l'andar esenti da
smarrimento, la pazienza, il sincero parlare, la padronanza di sé,
la calma interiore, il piacere e il dolore, il venir ad essere e il
non venir ad essere, il timore e l'intrepidezza, la nonviolenza,
l'equilibrio mentale o morale, lo stato di soddisfazione, la
penitenza, la generosità, la gloria, l'infamia (sono) diverse
condizioni degli esseri (che)
da me soltanto procedono.
(6) I
sette antichi
grandi saggi e i quattro manavah,
ugualmente, sono della mia stessa natura e sono nati dal mio spirito
e da essi sono nati tutti gli esseri di questo mondo.
(7)
Colui
che
conosce in essenza questa (mia) manifestazione e questo mio potere,
quegli è a me unito di unione sicura; su ciò non
v'ha dubbio.
(8) lo
sono l'origine di tutto; da me il tutto si svolge;
cosí riflettendo, mi onorano gli
illuminati
che
possiedono la pura consapevolezza dello spirito.
(9) I
loro pensieri sono a me (rivolti), le loro vite sono a me
consacrate; reciprocamente portandosi la luce dell'intelletto, e di
me parlando in continuazione, essi sono soddisfatti e in me godono.
(10) A
costoro,
che
son sempre devoti e
che
a me rendono onore amorosamente, io concedo la concentrazione
dell'intelletto, con la quale possano venir a Me.
(11)
Per compassione verso costoro appunto, io distruggo, rimanendo in
quella condizione
che
mi è propria, le tenebre
che
sorgono dall'ignoranza, per mezzo della splendente fiaccola del
conoscere.
Il Signore è la semenza e
la perfezione di tutto ciò
che
esiste
Arjuna
disse:
(12)
Tu sei il sommo Brahman, il
rifugio sommo, il purificatore supremo, o Signore (bhavan),
l'eterna divina persona, il primo fra gli dei, colui
che
non fu generato, colui
che
penetra dappertutto.
(13)
Te in questo modo decantano tutti i saggi ed ugualmente
Narada il divino veggente.
Asita e
Devala e Vyasa (tale
ti dicono) e tu stesso anche
me lo dici.
(14)
Io penso come pertinente a verità e bontà tutto questo
che
mi dici, o Kesava; né gli dei né
i demoni conoscono la tua manifestazione, o Beato.
(15)
In verità, Tu conosci te stesso per mezzo di te stesso o Persona
Somma, fonte degli esistenti, Signore delle creature, Dio degli dei,
signore del mondo.
(16)
Tu mi dovresti dire senza eccezione le tue divine manifestazioni,
per via delle quali, (con le quali manifestazioni) diffondendoti in
questi mondi, vi prendi stanza.
(17)
Come potrei conoscere Te, lo Yogi,
costantemente meditando? In quali vari aspetti devi tu esser pensato
da me, o Beato?
(18)
Analiticamente esponi ancora, o Janardana,
la tua potenza e la tua manifestazione; non c'è sazietà in me
che
odo ciò
che
è simile al nettare.
Il
Signore Beato disse:
(19)
Ebbene, ti esporrò, si, le mie divine manifestazioni, ma soltanto a
proposito degli argomenti fondamentali, o (tu), ottimo fra i
Kuru:
ché
non v'ha limite alcuno della
molteplicità (al numero) dei miei modi particolari.
(20)
lo sono, o Gudakesa, il Sé
che
risiede nell'intimo di tutti gli esseri, io sono il principio, il
mezzo, la fine di tutti gli esistenti.
(21)
Degli Adityah io sono
Visnu, delle luci io sono il
raggio radiante; dei marutah sono
Marici: fra i corpi celesti io
sono la luna.
(22)
Dei Veda io sono il Samaveda;
degli dei sono Indra; dei sensi
sono la materia psichica
e degli esseri sono la coscienza.
(23)
Dei Rudrah io sono
Samkara; degli
Yaksah e dei
Raksasah (sono) Kubera,
dei Vasu io sono
Agni e dei picchi
montani sono Meru.
(24)
Dei preti domestici, o Partha,
sappi
che
io sono il capo, Brhaspati; dei
condottieri io sono Skanda; dei
laghi sono l'oceano.
(25)
Dei grandi saggi io sono Bhrgu;
dei suoni articolati io sono la sillaba unica
Aum; delle offerte io sono l'offerta della preghiera
sussurrata, e delle cose irremovibili io sono
Himalaya.
(26)
Di tutti gli alberi io sono l'Asvattha
e dei divini veggenti sono Narada;
fra i Gandharvah sono
Citraratha e dei perfetti io sono
il saggio Kapila.
(27)
Dei cavalli, sappi
che
io sono Ucchaisravah,
nato dal nettare (dall'ambrosia); dei nobili elefanti sappi
che
io sono Airavata e degli uomini
sappi
che
io sono il re.
(28)
Delle armi io sono il fulmine; delle vacche
sono la vacca Kamaduh (la vacca
dell'abbondanza); come progenitore io sono
Kandarpa; dei serpenti sono
Vasuki.
(29)
Dei nagah io sono
Ananta; di coloro
che
abitano nel mare sono Varuna;
degli avi trapassati io sono Aryama
e di coloro
che
mettono ordine io sono Yama.
(30)
Dei figli di Diti sono Prahlada,
di coloro
che
computano io sono il Tempo; fra gli animali io (sono) il re degli
animali e degli uccelli il figlio di Vinata.
(31)
Dei purificatori sono il Vento; dei portatori d'armi (dei guerrieri)
io sono Rama; dei pesci sono il coccodrillo, dei corsi
d'acqua sono la figlia di Jahnu
(il Gange).
(32)
Delle creazioni io (sono) il principio e la fine ed anche
il punto di mezzo, o Arjuna;
delle scienze io sono la scienza del Sé; di coloro
che
parlano io sono il dialogo.
(33)
Delle lettere sono la lettera A; dei composti sono il
dvandva; io sono anche
il tempo
che
non può perire; io sono il creatore, il cui volto da tutte le parti
si volge.
(34)
lo sono la morte, colei
che
di tutto si fa padrona e sono anche
l'origine delle cose destinate ad essere; e degli esseri femminili
(io sono) la gloria, il bell'aspetto dignitoso, l'eloquio, la
memoria, l'intelligenza, la sopportazione, la pazienza.
(35)
Ugualmente, degli inni (sono) il Brhatsaman
(il Vasto), dei metri io (sono) gayatri;
dei mesi (sono) margasirsa e
delle stagioni la produttrice di fiori.
(36-37) Degli ingannatori sono l'inganno stesso, dei gloriosi la
gloria; io sono la vittoria, sono lo spirito d'iniziativa; io sono
la bontà in coloro
che
sono buoni; dei Vrsni io sono
Vasudeva; dei
Pandavah io sono il possessore
della ricchezza
(ossia lo stesso interlocutore Arjuna
- N.T.); dei saggi io sono Vyasa,
anche,
e dei poeti (io sono) il poeta Usana.
(38)
Di coloro
che
puniscono io sono il bastone; io sono la politica saggia di coloro
che
vogliono vincere; dei misteri io sono il segreto; io sono la
sapienza di coloro
che
sapienza conoscono.
(39)
Ed ancora, quel
che
è il seme di tutti gli esistenti, quello appunto sono io, o
Arjuna; né c'è esistente,
qualechessia,
che
si muova o
che
non si muova,
che
possa esistere senza di me .
(40)
Non vi è limite alcuno alle mie divine manifestazioni. o
distruttor dei nemici. Ciò
che
è stato da me esposto in modo cosí
diretto ed esclusivo è soltanto un estendersi della mia
manifestazione.
(41)
Tutto ciò
che
esiste di possente, di bello, di forte, renditi conto
che
ha origine da una particella della mia possanza gloriosa.
(42)
Ma
che
bisogno potresti avere mai tu, o Arjuna,
di una siffatta molteplice conoscenza? Reggendo io tutto questo
universo con una sola frazione di me stesso, esso resta ben saldo.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il decimo capitolo
che
ha per titolo
"Lo Yoga della Manifestazione".
(Vibhuti Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo undicesimo
La trasfigurazione del Signore
|
Arjuna
desidera vedere la forma universale di Dio
Arjuna
disse:
(1)
Dal discorso concernente il sommo problema, (dal discorso)
riguardante il Sé,
che
tu hai fatto, in funzione del tuo favore per me, ogni confusione è
stata dissolta via dal mio spirito.
(2) Il
sorgere degli esistenti, il loro sparire, in verità,
cosí come la tua grandezza imperitura,
(questi argomenti) hai fatto sí
che
li ascoltassi in modo dettagliato, o (dio) dagli occhi
di loto.
(3)
Ciò
che
tu hai detto di Te stesso, o Sommo Signore,
proprío cosi è. (Ora) desidero vedere la tua forma divina (il
tuo aspetto celeste), o Sommo Spirito.
(4) Se
tu pensi, O Signore,
che
io possa vederlo, allora, o Signore dello Yoga, fa' conoscere a me
il tuo Sé imperituro.
La rivelazione del
Signore
Il
Signore beato disse:
(5)
Considera, o Partha, le mie
forme, a centinaia, anzi, a migliaia, molteplici, divine, di vario
colore, di varia forma.
(6)
Guarda gli Adityah, i
Vasu, i
Rudrah, gli Asvini ed
anche
i Marutah; guarda, o
Bharata, le molte meraviglie, per
l'innanzi mai viste.
(7)
Qui oggi considera l'intero universo nella concreta unità, nel suo
muoversi e nel suo permanere immobile e qualunque altra cosa, o
Gudakesa, tu desideri vedere nel
(l'unità del) mio corpo.
(8) Ma
tu non puoi vedermi con questo occhio
che
è proprio della tua (umana) condizione; voglio darti l'occhio
soprannaturale; considera ora la mia divina potenza.
Samjaya
descrive la Forma
Samjaya
disse:
(9)
Cosi avendo parlato, o re, il Gran Signore dello Yoga
Hari, allora manifestò a
Partha la suprema divina forma,
(10)
(La forma divina) dalle molte bocche
e dai molti occhi,
dalle molte prodigiose visioni, dai molti divini ornamenti, dalle
molte armi divine in alto brandite,
(11)
recante ghirlande e vesti divine, con divini profumi ed unguenti,
costituita di tutti i portenti, sfolgorante, con il volto da ogni
parte diretto.
(12)
Se la luce di mille soli si trovasse ad esser sorta tutt'insieme nel
cielo potrebbe assomigliarsi allo splendore (di esso) del Supremo
Essere.
(13)
Allora il Panduide vide tutto il mondo,
che
è in molte parti distribuito (in vario modo molteplice) in unità
(colà) riunito nel corpo del dio degli dei.
Arjuna
si rivolge al Signore
(14)
Allora lui, il possessore della ricchezza,
caduto in preda allo stupore, con i capelli ritti,
chinando
il capo dinanzi al Dio, con le mani giunte, disse:
Arjuna
disse:
(15)
Nel tuo corpo, o Dio, io vedo tutti gli dei e
cosí anche
dei vari esseri le distinte schiere,
(e) Brahma Signore
che
sta seduto sul seggio di loto e tutti i saggi profeti e i divini
serpenti Nagah.
(16)
lo vedo te,
che
hai innumerevoli occhi,
volti, ventri, braccia, dalla forma
che
non ha termini da nessuna parte, ma di te non vedo il termine, non
vedo la parte di mezzo, non vedo il principio, o Signore del Tutto,
o Forma universale.
(17)
lo vedo te portator di corona, armato di
mazza, armato di disco, massa di luce dappertutto splendente,
difficile da distinguere, (la tua luce non permette di intuire le
determinazioni
che
porti con te),
che
dappertutto rechi
lo splendore del fuoco fiammante e del sole, incomparabile;
(18)
Tu sei ciò
che
non può perire, il Supremo
che
deve essere conosciuto, Tu sei il supremo rifugio di questo intero
universo; tu sei il guardiano,
che
non morrà, della legge eterna; tu sei da me pensato come l'Eterna
Originaria Persona.
(19)
lo ti vedo come colui
che
non ha né principio, né medietà né fine,
come colui
che
ha un infinito potere, (armato) di innumerevoli braccia,
che
ha per occhi
la luna ed il sole,
che
ha per volto il fuoco fiammante,
che
arde con il suo proprio splendore tutto questo universo.
(20)
Questo luogo
che
è a metà fra cielo e terra è soltanto riempito di te e
cosí anche
tutte le regioni del cielo. O Grande Spirito (Sé), una volta
che
abbiano visto questa tua prodigiosa terribile forma, (ne) sono
scossi (ne tremano) i tre mondi.
(21)
Questi drappelli di dei in verità entrano in Te ed alcuni, in preda
al terrore, avendo le mani congiunte (Ti) esaltano; "evviva"
dicendo, drappelli di perfetti e di grandi veggenti a Te inneggiano
con inni di splendida esaltazione.
(22) I
Rudrah, gli
Adityah, i Vasavah,
i Sadhyah, i
Visve, gli Asvini,
i Marutah, i Mani (coloro
che
assorbono soltanto il profumo delle vivande), e i drappelli dei
Gandharvah, degli
Yaksah, degli
Asurah e dei
Siddhah, tutti a Te guardano vinti dallo stupore.
(23)
Al vedere la tua grande figura dalle molte bocche
e dai molti occhi,
o Tu dal braccio possente, dalle molte braccia, cosce e piedi, dai
molti ventri, dai molti terribili denti, sono scossi i mondi e
cosí io anche.
(24) E
quando ho visto Te appunto
che
tocchi
il cielo, sfolgorante, dai molti colori, con la bocca spalancata e i
grandi occhi
splendenti, scosso nell'intimo dell'animo (mio) non trovo
piú né saldezza d'animo né pace, o
Visnu.
(25)
Al veder le tue bocche
dai terribili denti, simili al fuoco del tempo (della distruzione
universale), le direzioni piú non
conosco (perdo il senso della direzione) e non trovo
piú un rifugio. Sii benevolo, o Signore
degli dei, rifugio dei mondi!
(26)
Quelli laggiú, i figli di
Dhrtarastra tutti. insieme ai
drappelli dei signori della terra e cosí
anche
Bhisma,
Drona e il figlio di Suta
(dell'Auriga), cioè Karna insieme
con i capiguerrieri
che
sono con noi, anche
con essi,
(27)
entrano precipitosi nelle tue terribili bocche,
da i denti tremendi. Alcuni tenuti fermi in mezzo ai denti si vedono
con le teste già ridotte in polvere (sfracellate).
(28)
Come in gran numero acque correnti di fiumi corrono verso l'oceano a
faccia in avanti, cosi codesti eroi del mondo degli uomini entrano
nelle tue bocche
che
contro si infiammano.
(29)
Come i moscerini si tuffano nel fuoco ardente, con movimento rapido
correndo alla loro distruzione, cosí
appunto questi uomini si precipitano velocemente nelle tue bocche
per la loro propria distruzione.
(30)
Tu hai leccato via divorandole da ogni parte tutte le umane stirpi
con le tue fauci fiammeggianti. I tuoi terribili raggi bruciano con
il loro ardore tutto l'universo riempiendolo di esso, o
Visnu.
(31)
Dimmi
chi
sei tu, o Signore,
che
hai un cosí terribile aspetto. Onore sia
a Te, ottimo fra gli dei; manifesta la tua benevolenza: io desidero
conoscere in te l'essere originario, perché
non conosco il modo del tuo operare.
Dio come giudice
Il
Signore Beato disse:
(32)
lo sono il tempo, colui
che
dà luogo alla distruzione del mondo, venuto a maturazione (e) qui
impegnato nella distruzione delle stirpi; anche
senza di te (senza il tuo intervento) non potranno
piú esistere tutti i combattenti
che
(sono qui) disposti in ostili schiere.
(33) E
perciò avanti sorgi tu, e conquista la gloria; godi, dopo aver vinto
i nemici di un ricco regno. Da me soltanto essi sono già da gran
tempo stati uccisi. Sii tu soltanto lo strumento (di ciò
che
dev'essere ed è come se fosse già stato)
o Savyasacin (capace di servirsi
della mano sinistra).
(34)
Uccidi Drona e
Bhisma e
Jayadratha e Karna e
ugualmente gli altri grandi guerrieri
che
sono stati da me uccisi a (in realtà). Non aver paura, combatti, tu
vincerai in battaglia i tuoi nemici.
Satkiaya
disse:
(35)
Avendo udito questo discorso di Kesava
(Krsna),
Kiritin (Arjuna) con
le mani congiunte, e tremante, di nuovo rendendo omaggio, disse a
Krsna con voce mozza, pieno di
paura inchinandosi:
Il Canto di Lode
pronunciato da Ariuna
Arjuna
disse:
(36)
Ben a ragione, o Hrsikesa, il
mondo gode e trova piacere nel glorificarti. I
Raksamsi presi dal terrore corrono in tutte le
direzioni e le schiere
dei perfetti ti adorano.
(37) E
perché
non dovrebbero rendere omaggio a Te, o Sommo Spirito, a te
che
sei piú venerando di
Brahma, perfino di lui, e
che
sei creatore originario? O Infinito, Signore degli dei, rifugio del
mondo! Tu sei l'Imperituro, l'essere, il non-essere, e ciò
che
è al di là di questi termini.
(38)
Tu sei il primo degli dei, la persona originaria, Tu sei di questo
Tutto la suprema dimora. Tu sei il conoscitore e ciò
che
deve essere conosciuto ed il Fine Supremo, e da te questo Tutto si
promana, o Tu dalla forma infinita.
(39)
Tu sei Vayu (il Vento),
Yama (il dio della distruzione),
Agni (il fuoco),
Varuna (il dio del mare) e
Sasanka (la luna) e
Prajapati, il gran signore (di
tutte le cose). Salute, salute a Te sia mille volte. Salute e salute
a te di nuovo ancora.
(40)
Salute a te sulla fronte, salute a te sul retro, salute a te da ogni
parte, o Tutto; con la tua forza infinita, con la tua smisurata
potenza, tu possiedi nel modo piú
completo ogni cosa e sei pertanto ogni cosa.
(41)
Tutte le volte
che
è stato da me detto con temerità, poiché
pensavo
che
tu fossi soltanto un amico, (che
è stato detto da me)
che
ignoravo questa tua grandezza "O Krsna,
o Yadava, o compagno", per mia
negligenza o anche
per amore,
(42)
in qualsiasi modo tu sia stato trattato, o in modo scherzoso
sconvenientemente, sia durante il giuoco ricreativo sia stando a
letto o (seduto) su sedia o durante i pasti, o da solo o invece in
presenza di altri, o Incrollabile, di ciò io
chiedo
perdono a Te, Immenso.
(43)
Tu sei il signore del mondo, di ciò
che
si muove e di ciò
che
non si muove; tu sei l'oggetto del suo culto e il (suo) maestro
venerando. Non c'è alcuno
che
(Ti) sia uguale; come potrebbe esserci un altro superiore (a Te),
sia pur nei tre mondi, o Essere dalla possanza incomparabile?
(44)
Perciò inchinandomi
e davanti a te prostrando il corpo, io prego per me Te, Signore
degno d'invocazione. Tu devi, o Signore, sopportarmi come un padre
il figlio, come l'amico l'amico, come
l'amante l'amata.
(45)
lo sono uno
che,
gioioso, ha visto ciò
che
non era mai stato visto per l'innanzi; e l'animo mio è scosso da
terrore. Mostrami ancora o Signore soltanto quella tua forma (di
prima). Sii benevolo, Signore degli dei, rifugio del mondo.
(46)
lo desidero vederti con il diadema, la mazza, il disco in mano
proprio ugualmente (come prima); assumi la tua forma dalle quattro
braccia, Tu
che
hai mille braccia e
che
possiedi tutte le forme.
Il Signore elargisce la
sua grazia ad Arjuna e lo rassicura
Il
Signore Beato disse:
(47)
Per mia grazia e per mezzo del mio potere, ti è stato concesso di
vedere la mia forma suprema, o Arjuna,
la (forma) tutta-luce, universale,
infinita, originaria, quella forma nella quale io non sono stato mai
visto da alcuno all'infuori di te.
(48)
Non per mezzo dei Veda, né per mezzo dei sacrifici, né
attraverso lo studio, né attraverso le offerte, né per mezzo dei
riti, né attraverso dure penitenze posso io essere visto in questa
forma nel mondo degli uomini da alcun altro
che
non sia tu, o eroe illustre dei Kuruidi.
(49)
Non angosciarti, non sgomentarti, nel vedere questo mio siffatto
terrificante aspetto. Libero da paura, contento nel cuore, di nuovo
osserva questo mio aspetto (quello universale).
Samjaya
disse:
(50)
Cosí Vasudeva
avendo parlato ad Arjuna, allora
(gli) mostrò ancora una volta la sua forma. E lui
che
era impaurito consolò la Grande Coscienza dopo aver di nuovo assunto
il suo aspetto placido.
Arjuna
disse:
(51)
Vedendo questa tua placida umana forma, o
Janardana, ora proprio son
rientrato nel possesso della mia ragione e son
ritornato alla mia natura.
Il
Signore beato disse:
(52)
Questo mio aspetto,
che,
sebbene assai difficile da contemplare, pure, tu hai visto, questo
aspetto anche
gli dei bramano continuamente di contemplare.
(53)
Non io per mezzo dei Veda posso essere visto, non per via di
penitenza, non per mezzo di doni, né per mezzo di sacrifici, in
questo aspetto in cui tu ora m'hai
visto.
(54)
Ma con una devozione
che
non tollera mutamento, io posso, o Arjuna,
sotto questo aspetto, essere concretamente conosciuto veduto e
compenetrato, o distruttor dei nemici.
(55)
Colui
che
opera in funzione mia, colui
che
guarda a me come a suo fine, colui
che
a me rende onore, libero da attaccamento, colui
che
è libero da inimicizia nei confronti di tutte le creature, quegli me
raggiunge, o Panduide.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il capitolo undicesimo intitolato
"La Visione della Forma cosmica".
(Visvarupadarsana Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo dodicesimo
La fede nel Dio personale è superiore alla meditazione
sull'Assoluto
|
Devozione e
Contemplazione
Arjuna
disse:
(1)
Quei devoti
che,
avendo sempre nell'animo la dedizione, onorano Te e quelli poi
che
onorano l'Imperituro e l'Immanifestato
gli uni o gli altri (quali) di questi hanno piú
grande conoscenza dello Yoga?
Il
Signore Beato disse:
(2)
Coloro
che
volgendo lo spirito a me, sempre devoti, onorano me, avendo fatto
accesso al (regno del) la fede suprema, quelli appunto io considero
i piú perfetti nello yoga.
(3) Ma
coloro
che
onorano l'Imperituro, indeterminabile,
nonmanifestato, onnipresente ed impensabile, immutabile,
immobile, permanente,
(4)
controllando tutti i sensi nel loro insieme, essi
che
hanno in tutte le condizioni un continuo equilibrio spirituale,
attingono me appunto, trovando piacere nella felicità di tutti gli
esseri.
(5)
L'ostacolo (da superare) per coloro
che
hanno lo spirito dedito al Non-manifesto
è più grande (di quello
che
incontrano coloro
che
si trovano in condizione diversa), perché
il fine
che
(è rappresentato dal) Non-manifesto è
difficile da raggiungere da parte degli esseri incarnati.
I diversi modi di
accostarsi a Dio
(6) Ma
(di) coloro
che
in me riponendo tutte le loro azioni, a me devoti, con dedizione
incessante su di me meditando, prestano atto di culto,
(7) di
costoro, i cui pensieri sono a me rivolti, io sono il liberatore,
(sono colui
che
li libera) immediatamente dall'oceano della connessione delle
esistenze, a morte votate, o Partha.
(8) In
me solamente riponi l'animo tuo, in me fa
che
il tuo intelletto dimori; in me soltanto tu dimorerai (allora), su
ciò non può esservi dubbio alcuno.
(9)
Ché se poi non sei capace di fissare il tuo pensiero su di me
stabilmente, cerca allora di attingermi con l'esercizio della
concentrazione, o Dhanamjaya.
(10)
Se tu sei incapace (di far ciò) anche
attraverso l'esercizio (della concentrazione), fa' di te (allora)
uno la cui opera sia massimamente a me rivolta; anche
col compiere azioni, avendo me come fine, potrai tu ottenere il
compimento.
(11) E
se tu non sei capace ce di fare nemmeno questo, cercando rifugio
nella attività in equilibrio a me rivolta, con il tuo sé sottomesso,
rinuncia al frutto di ogni azione.
(12)
Migliore è dunque la conoscenza
che
la pratica della concentrazione; alla conoscenza è superiore la
meditazione; alla meditazione è superiore la rinuncia al frutto
dell'azione; alla rinuncia segue immediatamente la pace.
Il vero devoto
(13)
Colui
che
non concepisce inimicizia per alcun essere vivente,
che
nutre sentimenti amichevoli
e di compassione,
che
è libero da egoismo ed egocentrismo,
che
ha un identico equi librio nel piacere e
nel dolore,
che
è tollerante,
(14)
lo Yogi
che
è sempre. soddisfatto,
che
ha lo spirito domo,
che
è fermamente risoluto,
che
ha la mente e l'intelletto su di me fissi, lui appunto,
che
è a me devoto, mi è caro.
(15)
Colui dal quale il mondo non è agitato e
che
non si agita a causa del mondo, colui
che
è libero da gioia e da collera, da paura e da agitazione, quello
appunto è a me caro.
(16)
Colui
che
intorno a sé non riguarda come in attesa,
che
è puro,
che
è atto all'agire, indifferente, esente da turbamento,
che
ha rinunciato ad ogni intrapresa, quello appunto,
che
a me è devoto, mi è caro.
(17)
Colui
che
non gioisce e non odia, non soffre e non spera,
che
ha rinunciato a ciò
che
è buono e a ciò
che
buono non è, lui appunto, il devoto, mi è caro.
(18)
Colui
che
è uguale sempre per il nemico e per l'amico, colui
che
ugualmente si comporta in vista di onore e d'infamia,
che
è sempre uguale nel freddo e nel caldo, nel piacere e nel dolore,
colui
che
è libero da attaccamento,
(19)
colui
che
nello stesso modo considera il biasimo e la lode,
che
mantiene il silenzio,
che
di qualsiasi cosa è soddisfatto,
che
non ha dimora fissa ,
che
è saldo nello spirito, un uomo siffatto,
che
è a me devoto, mi è caro.
(20)
Ma coloro
che
seguono questa immortale dottrina come è stato insegnato, con fede,
e avendo me come fine supremo, quei devoti, mi sono cari in modo
particolare.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il dodicesimo capitolo intitolato
"Lo Yoga della devozione".
(Bhakti Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo tredicesimo
Intorno al corpo, detto il campo, all'anima,
chiamata
il
conoscitore del campo e alla differenza fra l'uno e
l'altra
|
Il campo e il conoscitore
del campo
Arjuna
disse:
La
prakrti e il
purusa, il campo e il conoscitore del campo, la
conoscenza e l'oggetto della conoscenza, ciò desidero conoscere, o
Kesava.
Il
Signore beato disse:
(1)
Questo corpo, o figlio di Kuntí,
è
chiamato
il campo, e quelli
che
sanno
chiamano
colui
che
lo conosce il conoscitore del campo.
(2)
Conosci me come conoscitore del campo in tutti i campi, o
Bharata. La conoscenza del campo
e del conoscitore del campo, questo io considero come conoscenza
(autentica).
(3)
Ascolta da me in breve
che
cosa sia il campo, quale esso sia, quali ne siano le varie forme e
donde sia e quale poi sia lui (il conoscitore del campo) e quale ne
sia il potere.
I termini costitutivi del
campo
(4) È
stato cantato in vario modo dai saggi, in vari inni, separatamente
ed anche
in espressioni, ben fondate e decisive, degli aforismi
sull'Assoluto.
(5)
Gli elementi grossolani, il senso di sé, la capacità
discriminativa e il non-manifestato, gli
undici sensi (i dieci sensi e la mente come realtà psichica),
e i cinque oggetti dei sensi,
(6) il
desiderio e l'odio, il piacere e il dolore, l'insieme degli organi,
l'intelletto, la saldezza di spirito, questo, descritto in breve, è
il campo con le sue varie determinazioni.
La conoscenza
(7) Il
fatto di non avere una grande opinione di sé, l'essere del tutto
liberi da fraudolenza, il non far male a nessuno, la tolleranza, la
rettitudine, l'onore reso al maestro, la purezza, la fermezza, il
controllo di sé,
(8)
l'indifferenza verso gli oggetti sensibili, la negazione di ogni
egocentrismo; la percezione del male inerente alla nascita, alla
morte, alla vecchiezza,
alla malattia, al dolore,
(9) il
non-attaccamento, il non nutrire affetti particolari per il figlio,
la sposa, la casa e cosí via ed un
equilibrio spirituale
che
mai si smentisce rispetto agli eventi desiderati come a quelli
non-desiderati,
(10)
una devozione verso di me non soggetta a sviamenti, per mezzo di una
disciplina spirituale
che
ad una cosa sola è intesa, il fatto di dimorare in luoghi separati,
il non trovar gusto nella folla,
(11)
la perenne continuità della conoscenza del Sé originario, l'intuito
concretamente conoscitivo della verità, questo è dichiarato
essere conoscenza autentica e tutto ciò
che
è diverso è non-conoscenza.
(12)
Descriverò ciò
che
deve essere conosciuto e conoscendo il quale si fruisce
dell'immortalità. (È) il Sommo Brahma
senza principio; esso è detto essere né esistente né non-esistente.
Il conoscitore del campo
(13)
Esso, con le mani e i piedi dappertutto, con gli occhi,
le teste e i volti da tutte le parti, con orecchie
da tutti i lati, nel mondo, tutto avvolgendo, dimora.
(14)
Esso è quello
che
appare come avente tutte le qualità sensibili e di tutti i sensi è
tuttavia privo, è senza attaccamento (rispetto a tutte le cose)
epperò è quello
che
sostiene tutte le cose, libero dalle qualità della
prakrti, gioisce però delle
qualità stesse.
(15)
Esso è al di fuori e al di dentro degli esseri. È immobile e
tuttavia mobile; a causa della sua finezza non può essere
conosciuto; è lontano eppure, esso, è vicino.
(16) È
indiviso eppure è come uno
che
fosse diviso fra gli esseri. Esso dev'esser
conosciuto come quello
che
sostiene le esistenze,
che
le distrugge (inghiotte) e di nuovo le crea.
(17)
Esso è anche
la Luce delle luci; è detto essere al di là delle tenebre; (è) la
conoscenza, l'oggetto della conoscenza, il fine della conoscenza.
Esso ha sua sede nel cuore di ogni essere.
Il frutto della
conoscenza
(18)
In questo modo si è parlato in breve del campo, ed è ugualmente
della conoscenza e dell'oggetto della conoscenza. Colui
che
è a me devoto e
che
ha compreso questo, diventa atto alla mia realtà.
Natura e Spirito
(19)
Sappi
che
la prakrti e il
purusa sono tutti e due senza
principio; e sappi inoltre
che
le forme derivate e i modi hanno origine dalla
prakrti.
(20)
La natura è detta compimento dell'effetto (e) mezzo per quanto
riguarda l'atto stesso dell'agire, il purusa
è detto il mezzo in rapporto alla possibilità di godere gioie e
patire dolori.
(21)
L'anima
che
ha sede nella natura fruisce dei modi sorti dalla natura.
L'attaccamento ai modi (alle qualità) è causa elle sue nascite in
matrici buone o cattive
(22)
Il Sé sommo in questo corpo è detto il Testimone, il Consenziente,
colui
che
sopporta, colui
che
esperisce, il grande Signore, la somma Persona.
(23)
Colui
che
cosí conosce il
purusa e la prakrti
insieme con i modi, in qualsiasi modo egli agisca, non nasce di
nuovo.
Le differenti strade per
la salvezza
(24)
Con la meditazione alcuni intuiscono il Sé nel sé per mezzo del sé;
altri per mezzo dello yoga della conoscenza; altri poi attraverso la
via delle opere.
(25)
Altri invece,
che
di ciò nulla sanno, avendone ascoltato e appreso da altri, compiono
atto religiosamente valido; ed essi appunto superano la morte, per
esser devoti a ciò
che
hanno udito.
(26)
In qualsiasi modo qualsiasi essere abbia nascimento,
che
sia immobile o
che
si muova, sappi, o ottimo fra i Bharata,
che
esso (è nato) dall'unione del campo e del conoscitore del campo.
(27)
Colui
che
vede il Sommo Signore come dimorante ugualmente in tutti gli esseri,
tale
che
non perisce, pur se essi periscono, quegli, realmente, vede.
(28)
Infatti, vedendo il Signore ugualmente dappertutto stabilmente
presente (solidamente stabilito) non fa torto al Sé (autentico) con
il suo sé; e quindi raggiunge il fine supremo.
(29)
Colui
che
vede
che
le azioni in qualsivoglia forma sono fatte soltanto dalla natura e
parimenti vede
che
il Sé non è esso ad agire, quello veramente vede.
(30)
Allorché
egli scorge
che
la molteplice condizione degli esseri si fonda sull'Uno e
che
da esso (si attua) il suo estendersi, allora egli attinge il
Brahman.
(31)
Questo supremo Sé imperituro, poiché
è senza-principio, poiché
è privo di qualità, pur avendo sede in un corpo, o figlio di
Kuntì, non agisce e non è macchiato.
(32)
Come l'etere
che
tutto pervade a causa della finezza non è macchiato,
cosi appunto il Sé,
che
è presente in tutto ciò
che
sia corpo (dappertutto in un corpo) non patisce alcuna macchia.
(33)
Come un unico sole illumina (fa divenire visibile) questo mondo
intero, cosi il signore del campo rende visibile l'intero campo, o
Bharata.
(34)
Coloro
che
cosí intuiscono con l'occhio
della conoscenza la distinzione fra il campo e il conoscitore del
campo e la liberazione degli esseri naturali (dalla natura stessa),
raggiungono il Supremo.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il tredicesimo capitolo intitolato
"Lo Yoga della distinzione fra il campo e il conoscitore del campo".
(Ksetraksetrajnavibha Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo quattordicesimo
Il padre mistico degli esseri
|
La Conoscenza Suprema
il
Signore beato disse:
(1) lo
ti esporrò di nuovo la conoscenza
che
è somma fra le conoscenze, coll'apprender
la quale tutti i saggi son potuti
passare da questo mondo qui alla perfezione suprema.
(2)
Rifugiandosi in questa conoscenza e addivenuti a identità di
attributi con me, nemmeno nell'atto in cui le cose sono create essi
nascono, né patiscono turbamento alcuno al tempo della dissoluzione
(delle cose).
(3) Il
grande Brahma è la mia matrice;
in lui io getto il mio seme e da esso procede l'origine di tutte le
cose, o Bharata.
Bontà (rajas)
Passione (sattva) Tenebra (tamas)
(4)
Quali
che
siano gli esseri aventi una forma,
che
abbiano nascimento in qualsiasi matrice, o figlio di
Kuntì, il grande
Brahma è la loro matrice, io sono
il padre
che
getta il seme.
(5) I
tre guna (o qualità)
che
hanno origine dalla natura e cioè la bontà, la passione, la tenebra
vincolano nel corpo, o eroe dal forte braccio, l'eterno
che
nel corpo dimora.
(6)
Tra di essi, il sattva, a causa
della sua purezza, è ciò
che
dà la luce della conoscenza, è ciò
che
dà la salute. (Esso) vincola, o eroe senza-macchia,
per mezzo dell'attaccamento alla felicità e dell'attaccamento alla
conoscenza.
(7) Il
rajas sappi
che
è della natura dell'attrazione e
che
sorge dalla brama e nell'attaccamento; (esso) lega in modo solido, o
figlio di Kuntì, colui
che
si è incarnato in un corpo, per mezzo dell'attaccamento all'operare.
(8)
Sappi però
che
la tenebra (tamas) è nata
dall'ignoranza e
che
ha la capacità d'illudere tutti gli
esseri-in-un-corpo; essa vincola fortemente, o
Bharata, per mezzo della
negligenza, dell'indolenza, del sonno.
(9) Il
sattva tiene vincolati alla
felicità, il rajas all'agire, o
Bharata, ma la tenebra, col suo
avviluppare la conoscenza, tiene vincolati alla negligenza.
(10)
Prevalendo sul rajas e sul
tamas, o
Bharata, il sattva
sorge; (ugualmente) la passione ha luogo, (quando abbia superato)
bontà e tenebra; ed ancora la tenebra si realizza, (quando abbia
avuto la meglio su) bontà e passione.
(11)
Allorché
per tutte le porte nel nostro corpo ha nascimento, nel suo
splendore, la conoscenza, allora appunto si può aver per manifesto
che
il principio della bontà ha acquistato vigore.
(12)
L'avidità, il darsi da fare, l'intraprendere attività,
l'irrequietezza il piacere
che
si prova nel fare, queste cose sorgono, o migliore fra i
Bharatidi, quando è aumentato il
rajas.
(13)
La mancanza di luce spirituale, l'inattività, la negligenza, il puro
smarrimento psichico,
tutte queste cose sorgono, o delizia dei
Kuruidi, quando è aumentata la tenebra.
(14)
Allorché
invece l'anima incarnata incorre nella dissoluzione, avendo
acquistato vigore il sattva,
allora mette le orme in mezzo a coloro, i puri,
che
conoscono il Supremo.
(15)
Allorché
incorre poi nella dissoluzione, quando prevale il
rajas, è generato allora fra
coloro
che
sono attaccati all'operare; e se poi incontra la morte, quando
prevale la tenebra, è generato nelle matrice di coloro
che
hanno gli spiriti confusi.
(16)
Il frutto dell'azione buona dicono essere non-impuro e della natura
della bontà; invece il frutto della passione è il dolore, il frutto
della tenebra mentale e psichica
è l'ignoranza.
(17)
Dalla bontà sorge la conoscenza, dalla passione il desiderio, la
negligenza e la confusione sorgono dalla tenebra e
cosí anche
l'ignoranza.
(18)
In alto si levano quelli
che
nella bontà hanno loro stabile sede; nelle regioni di mezzo hanno
sede i dominati dalla passione; quelli
che
partecipano del principio della confusione hanno sede nelle regioni
infime, appartenendo alla qualità inferiore.
(19)
Allorché
colui
che
vede non scorge fattore attivo diverso dai modi e conosce anche
ciò
che
è al di là dei modi, egli appunto attinge il mio essere.
(20)
Allorché
l'anima incarnata si eleva al di sopra di questi tre
guna
che
sorgono dal corpo, essendo libera da nascita morte vecchiaia
dolore, attinge l'eternità.
Le note essenziali di
colui
che
è al di sopra dei tre guna
Arjuna
disse:
(21)
Per mezzo di quali note è (determinato) colui
che
si è levato al di sopra dei tre guna,
o Signore? Quale (è) la sua condotta? E come riesce egli a superare
i tre guna?
Il
Signore Beato disse:
(22)
(Colui
che)
o Pandava, non ha in odio
l'illuminazione, l'attività e lo smarrimento mentale, quando si sono
prodotti, e non li desidera quando sono venuti meno;
(23)
Colui
che
stando seduto come uno
che
non è toccato (da ciò
che
avviene), non è affettato dai modi, e
che
non si muove
(24)
Colui
che
ugualmente considera dolore e piacere,
che
è saldamente fondato nel suo stesso sé,
che
nello stesso modo considera una zolla di terra, una pietra, un pezzo
d'oro,
che
ugualmente considera ciò
che
piace e ciò
che
non piace, colui
che
è fermo nel suo spirito,
che
considera uguale e biasimo ed elogio (che
gli siano tribuiti);
(25)
Colui
che
è lo stesso nell'onore e nel disonore,
che
è lo stesso verso gli amici e verso quelli
che
sono (del partito dei) nemici, colui
che
rinuncia a tutte le imprese, quegli (appunto) è detto colui
che
ha superato le tre qualità (guna).
(26)
Colui
che
mi onora con costante amorosa devozione ed amore, quegli appunto
superando codesti tre guna, è
atto a (attingere) l'essenza di Brahma.
(27)
Infatti io sono il fondamento del Brahman
immortale e imperituro e dell'eterna legge e della beatitudine
assoluta.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il quattordicesimo capitolo intitolato
"Lo Yoga della differenziazione dei tre guna".
(Gunatrayavibhaga Yoga)
~.~.~
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Capitolo quindicesimo
L'albero della Vita
|
L'albero cosmico
Il
Signore Beato disse:
(1)
Parlano dell'imperituro asvattham
(albero baniano) come di quello
che
ha verso il basso i rami e verso l'alto le radici; del quale le
piume (le foglie) sono i testi vedici: e colui
che
lo conosce è (pertanto) un conoscitore del Veda.
(2) In
basso e in alto sono estesi i suoi rami, alimentati dai modi
(dell'esistenza), aventi come germogli gli oggetti materiali, e in
basso, nel mondo degli uomini, si sono prolungate le sue radici, (che
sono) legate alle azioni.
(3) La
sua forma (effettiva) non è qui, cosi, percepita, né la sua fine, né
il suo principio, né il suo fondamento. Dopo aver troncato l'asvattha
dalla radice ben cresciuta, con la solida arma del non-attaccamento,
(4)
allora, si dovrà cercar quella strada, dalla quale
piú non tornano indietro quelli
che
vi sono arrivati, (pensando) "io cerco rifugio in Lui soltanto,
nella Persona originaria, donde si è sviluppato l'antico processo
del mondo".
(5)
Coloro
che
sono esenti da orgoglio e da smarrimento spirituale,
che
hanno vinto la colpa,
che
consiste nell'attaccamento,
che
sono sempre assorti nel Sé originario,
che
hanno rinunciato ai desideri,
che
son liberati dalle dualità rappresentate
dalla coscienza del piacere e del dolore, tornano, senza smarrirsi,
a quella condizione
che
non avrà mai termine.
La vita della
manifestazione è soltanto una parte della vita
(6) Il
sole non Lo illumina, e cosí nemmeno la
luna ed il fuoco; esso è il mio supremo rifugio, dal quale quelli
che
vi giungono piú non ritornano.
Il Signore come vita
dell'Universo
(7) Un
frammento della mia realtà, nel mondo della vita, divenuta
che
sia un'anima individuale, eterna, (a sé) trae i sensi, fra i quali è
la psiche
come sesto organo, (sensi)
che
si fondano sulla natura.
(8)
Quando il Signore si assume un corpo e quando l'abbandona, (egli)
prende questi (i sei organi di senso) e va,
cosí come il vento (porta via) i profumi dal luogo (ove
stanno).
(9)
Entra in rapporto con gli oggetti dei sensi, impiegando l'orecchio,
l'occhio,
il tatto, il gusto, l'odorato, cosí come
anche
le facoltà della mente.
(10)
Coloro
che
hanno l'animo smarrito non vedono Lui
che
se ne va,
che
resta,
che
fruisce dei guna, venendo in
contatto con essi; ma lo vedono coloro
che
hanno l'occhio
della conoscenza.
(11)
Anche
gli yoginah
che
lottano lo percepiscono come avente sede nel sé, ma quelli
che
non intendono, i cui spiriti non te hanno raggiunto l'equilibrio
(non sono formati), per quanto lottino, non riescono a vederlo.
(12)
Quello splendore
che
proviene dal sole (e)
che
illumina tutto questo mondo, quello
che
è nella luna, quello
che
è nel fuoco, quello splendore, conoscilo come mio.
(13)
Col fare il mio ingresso nel seno della terra, sostengo gli esseri
con la mia energia (vigorosamente), e, diventando il soma,
come nettare gustoso, io nutro tutte le piante benefiche.
(14)
Io, diventando il fuoco universale (della vita) e (come tale)
entrando nel corpo delle creature viventi, insieme mesco
(15) E
io sono installato nel cuore di ognuno; da me nascono la memoria e
la conoscenza e cosí anche
la negazione loro. Io son colui ancora,
che
si deve conoscere per mezzo di tutti i Veda; io sono anche
colui
che
ha fatto il Vedanta e anche
colui
che
conosce i Veda .
La Somma Persona
(16)
Queste due persone son (quelle
che
sono) nel mondo, quella peritura e l'imperitura, quella peritura (si
identifica con) tutti questi esistenti, ed imperituro si
chiama
l'immutabile (quello
che
sta in alto nel mezzo).
(17)
Diversa però da questi (è) la Coscienza Altissima,
che
ha il nome di Sé supremo, il quale entrato nei tre mondi come
Signore imperituro, li sostiene.
(18)
Allorché
ho superato il perituro e sono sommo perfino nei riguardi (superiore
a) dell'imperituro, allora io sono celebrato come la Suprema Persona
nel mondo e nel Veda.
(19)
Colui
che,
senza smarrirsi, conosce me, la Suprema Persona, quegli è il
conoscitore del tutto ed onora me con tutto il suo essere, o
Bharata.
(20)
Cosí questa dottrina segretissima è
stata da me rivelata, o (eroe) senza macchia.
Conoscendola (un uomo) potrà diventare saggio e (diventare) uno
che
ha compiuto il suo dovere, o Bharata.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il quindicesimo capitolo dal titolo
"Lo Yoga della Somma Persona".
(Purusottama Yoga)
~.~.~
~.~.~
Capitolo sedicesimo
La natura del divino e lo spirito demoniaco
|
I caratteri della natura
divina
Il
Signore Beato disse:
(1)
L'assenza di paura, la purezza dell'essenza (dello spirito), il
fatto di essere ben stabilito nella conoscenza e nella
concentrazione, la generosità, il controllo e il sacrificio, lo
studio, la penitenza, la rettitudine,
(2) la
non-violenza, la verità, l'andar esenti da ira, la rinuncia, la
serenità, il non usare calunnia, la compassione per esseri viventi,
l'assenza di bramosia, la dolcezza, il ritegno, la ponderatezza,
(3) il
vigore, l'indulgenza, la forza d'animo, la purezza, l'esser liberi
da sentimenti ostili (per
chiunque),
il non sentire troppo altamente di sé sono di colui
che
è nato per la divina perfezione, o Bharata.
Il demoniaco
(4)
L'ipocrisia, l'arroganza, il sentir di sé troppo altamente, l'essere
collerico ed anche
la rudezza ed ignoranza (sono), o Partha,
di colui
che
è nato per la condizione demoniaca.
Le conseguenze dell'una e
dell'altra condizione
(5) La
divina perfezione si ritiene
che
sia per la liberazione e la natura demoniaca in funzione del vincolo
(della schiavitù
spirituale). Non ti addolorare, o Pandava,
tu sei nato per la divina perfezione.
(6)
(Ci sono) due generi di esseri creati nel mondo: il divino e il
demoniaco; il divino è stato descritto per esteso; ascolta da me, o
Partha, (l'esposizione) del
demoniaco.
(7)
Gli uomini demoniaci non conoscono né la via dell'agire né la via
delle rinuncia all'agire; in essi non si trova purezza, né buona
condotta, né verità.
(8)
Dicono
che
il mondo sia senza realtà, senza fondamento, senza un Signore, non
venuto all'essere secondo una regolare connessione causale, in
breve, causato dal desiderio.
(9)
Tenendo fermo a questo modo di vedere, gli uomini di corto
intelletto,
che
nuocciono a se stessi, si levano, uomini dagli atti violenti, quali
nemici del mondo, per la sua distruzione.
(10)
Abbandonandosi a un desiderio
che
non può essere saziato, pieni di fraudolenza,
albagìa, orgoglio, per via d'illusione in sé trattenendo
cattive inclinazioni, agiscono avendo una condotta non pura.
(11)
Dediti ad un impegno affannoso o senza misura,
che
ha fine soltanto con la morte, essi
che
credono
che
la necessità primaria per l'uomo consista nel soddisfacimento dei
desideri e sono convinti
che
di questo mondo sia l'unica realtà,
(12)
legati dai cento e cento vincoli del desiderio, dediti al piacere ed
all'ira, cercano di ottenere delle fortune, seguendo un modo di
procedere irregolare (ingiusto), pur di soddisfare i loro desideri;
(13)
"Oggi son riuscito ad ottenere questo,
quest'altro desiderio riuscirò a soddisfare; questa cosa mi
appartiene e anche
l'altro bene a sua volta sarà mio";
(14)
"Questo nemico è stato ucciso da me ed altri anche
io ucciderò; io sono il Signore, sono colui
che
gode, sono fortunato, potente, felice";
(15)
"Io sono ricco, sono di nobile stirpe:
chi
altro c'è
che
sia simile a me? Io farò sacrifici, farò doni e godrò":
cosí (dicono essi) illusi
dall'ignoranza.
(16)
Agitati dai piú diversi pensieri,
avviluppati nella rete dell'illusione, impegnati nella soddisfazione
dei loro desideri, cadono in un cupo inferno.
(17)
Infatuati di se stessi, pretensiozi,
presi dalla superbia e dall'orgoglio della ricchezza,
compiono dei sacrifici
che
sacrifici sono soltanto di nome, in modo del tutto ostentato e senza
tener conto delle regole.
(18)
Abbandonandosi all'egocentrismo, alla bruta prepotenza,
all'orgoglio, e cosi anche
alla lussuria ed all'ira, (questi) uomini a tutti nemici
son tali da detestare Me (che
pur albergo) nei loro stessi corpi e in quelli degli altri.
(19)
Questi (uomini)
che
non fanno
che
odiare, (questi uomini) crudeli, i piú
vili degli uomini, nel succedersi delle nascite e delle morti, io
ininterrottamente scaravento, essi, i malvagi, in demoniache
matrici.
(20)
Caduti in matrice demoniaca questi uomini dalla mente confusa, di
nascita in nascita, senza raggiungermi, o figlio di
Kuntì, vanno piuttosto, di
conseguenza, all'infima delle condizioni.
Le tre porte dell'inferno
(21)
Questa porta
che
mena all'inferno, essa, la distruggitrice
del sé particolare ha un triplice accesso (è triplice): (consiste
in) passione, ira, avidità. Pertanto, occorre metter da parte queste
tre cose.
(22)
L'uomo
che
si è liberato di queste tre porte
che
menano al regno delle tenebre, o figlio di
Kuntì, fa ciò
che
è meglio per il suo sé, e quindi raggiunge lo stato supremo.
(23)
Colui
che
sdegnando le norme della Scrittura, agisce a seconda delle proprie
passioni, non raggiunge né la perfezione né la felicità né lo stato
supremo.
(24)
Perciò la Scrittura sia la tua norma nella determinazione di ciò
che
è da fare e di ciò
che
non si deve fare; conoscendo ciò
che
è detto nelle norme contenute nella Scrittura, devi compiere in
questo mondo l'opera tua.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il sedicesimo capitolo intitolato
"Lo Yoga della distinzione fra le nature divine e le demoniache".
(Daivasurasampadvibhaga Yoga)
~.~.~
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Capitolo diciassettesimo
I tre guna applicati ai
fenomeni religiosi
|
Le tre specie di fede
Arjuna
disse:
(1) Di
coloro
che,
dando importanza minore ai precetti scritturali, (pur) pieni di
fede, fanno offerta di sacrifici, qual è la situazione o
Krsna? Sono essi partecipi del
principio della bontà o di quello della passione, o di quello della
tenebra?
Il
Signore Beato disse:
(2) La
fede di coloro
che
si sono incarnati in un corpo è di tre specie, ognuna di esse avendo
origine dalla natura di ciascuno: ossia buona, passionale,
tenebresa. Ascolta (dunque il mio
discorso su) queste (specie).
(3) La
fede di ciascuno è conforme alla sua natura, o
Bharata; della natura della sua fede, tale è l'uomo;
quale la sua fede in realtà è, tale appunto egli è.
(4)
Gli uomini buoni onorano gli dei, quelli dominati dalle passioni
onorano i semidei e i demoni e quelli
che
hanno lo spirito ottenebrato onorano gli spiriti dei morti, ai quali
non sono stati ancora resi gli onori funebri, e le
tribú degli spiriti.
(5)
Quegli uomini
che
si sottopongono ad una terribile penitenza, non stabilita dalla
scrittura, (in quanto) vogliono secondare ipocrisia ed egoismo e
sono posseduti dalla violenza della cupidigia e della passione,
(6)
essendo privi di senno, compiono un'azione riduttiva sull'insieme di
elementi
che
ha sede nel corpo ed anche
su di me in quanto dimoro in un corpo. Sappi
che
questi sono demoniaci nella loro determinazione.
Le tre specie di cibo
(7) Anche
il cibo
che
è caro a ciascuno è di tre specie; e cosi anche
i sacrifici, le penitenze, i doni; ascolta dunque codesta
distinzione-classificazione.
(8) I
cibi
che
accrescono la lunghezza della vita, la forza vitale, la forza
fisica, la buona salute, la felicità e la piacevolezza
(dell'esistere), saporiti, teneri, nutrienti, gradevoli sono cari a
quelli
che
partecipano del sattva.
(9) I
cibi amari, acidi, salati, assai caldi, piccanti, aspri,
che
bruciano,
che
fanno male,
che
dànno luogo a pene e ad indigestione,
sono preferiti da coloro
che
son dominati dalle passioni (rajas).
(10)
Ciò
che
è corrotto (che
ha fatto il suo tempo),
che
è privo di sapore,
che
è putrido,
che
ha passato il tempo in cui era accettabile,
che
è stato rifiutato ed è sozzo, questo è il cibo
che
è caro a
chi
è nel tamas.
Le tre specie di
sacrificio
(11)
Quel sacrificio
che
è offerto, in accordo con le norme scritturali, da coloro
che
non bramano il frutto e
che
volgono il loro spirito al fatto
che
'è doveroso offrire il sacrificio, quel sacrificio partecipa della
bontà.
(12)
Ma ciò
che
è offerto, con la mira al frutto od anche
per ostentazione, o ottimo fra i Bharata,
sappi
che
quel sacrificio partecipa del rajas
(della passione).
(13)
Il sacrificio
che
è al di fuori della norma, nel quale non è offerto cibo, privo di
inni, non accompagnato da doni, ove non è presente la fede, si dice
che
sia partecipe della tenebra.
Le tre specie di
penitenza
(14)
Il culto reso agli dei, ai nati due volte, ai maestri, ai saggi, la
purezza, la rettitudine, la continenza e l'astensione dal nuocere,
(questo) si
chiama
la penitenza o ascesi del corpo.
(15)
Il pronunciar parole
che
non arrecano turbamento,
che
rispondono a verità,
che
sono gradevoli e salutari e l'esercizio di recitazione dei Veda
(ciò) è detto (essere) ascesi relativa al discorso.
(16)
Calma nella propria psiche,
gradevole gentilezza, silenziosa riservatezza, controllo di sé,
purezza di spirito, questo ha il nome di ascesi dell'anima.
(17)
Questa triplice ascesi, praticata con la fede
piú alta da uomini dall'animo fermo e
che
non abbiano la brama del frutto, è
chiamata
partecipe del principio della bontà.
(18)
Quell'ascesi
che
è praticata al fine di ottenere gli onori
che
si rendono alle persone di riguardo e in genere onore e rispetto e
per far bella mostra è, nel nostro mondo qui,
chiamata
partecipe del principio della passione: è sempre mutevole e
incostante.
(19)
Quella specie di ascesi
che
è praticata con una infatuazione
che
deriva da errato concetto, con proprio danno o al fine di
distruggere altri, è detta partecipe del tenebroso.
Le tre specie di doni
(20)
Quel dono
che
è fatto a uno
che
non dà il concambio, (pensando)
che
questo è un dono
che
dev'essere fatto, nel luogo giusto e al
tempo giusto e a persona degna, quel dono si giudica esser partecipe
di bontà.
(21)
Ma quel dono
che
è fatto in funzione di una ricompensa, o con l'animo volto al
frutto, come guadagno di ritorno, o controvoglia, è detto essere
della natura della passione.
(22) E
quel dono
che
è fatto a tempo e in luogo inopportuni a persone indegne, in modo
scortese (o) con disprezzo, è detto essere della natura delle
tenebre.
L'espressione mistica:
Aum Tat
Sat
(23)
Il triplice segno di Brahman è
considerato essere "aum
tat sat".
Con esso furono stabiliti in antico i
Brahmani, i Veda ed i sacrifici.
(24)
Perciò pronunciando (la sillaba) aum,
gli atti di sacrificio, dono, penitenza, come prescritti dalle norme
scritturali per i fedeli interpreti del
Brahman, si praticano sempre per opera loro.
(25)
(Pronunciando la sillaba) tat,
senza aver la mira al frutto, sono compiuti da coloro
che
cercano la liberazione i diversi atti del sacrificio e dell'ascesi e
i diversi atti del dare.
(26)
La sillaba sat è usata col
significato di "realtà effettiva" e col significato di "realtà
santa"; ed ugualmente, o Partha,
la parola sat è usata nel
senso di "azione buona".
(27)
La fermezza nel sacrificio, nell'ascesí,
nel dono è
chiamata
anche
sat ed ugualmente è
chiamata
sat ogni azione
che
abbia fini siffatti.
(28)
Qualsiasi offerta sia fatta, qualunque dono sia fatto, qualunque
atto d'ascesi sia compiuto senza fede ha il nome di
asat, o
Partha: nulla dopo la morte,
nulla in questa vita.
~.~.~
~.~.~
Questo è
il diciassettesimo capitolo dal titolo
"Lo Yoga della triplice divisione della fede".
(Sraddhatrayavibhaga Yoga)
~.~.~
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Capitolo diciottesimo
Conclusione
|
Si deve praticare la
rinuncia non nel senso della rinuncia all'operare bensì nel senso
della rinuncia al frutto delle opere
Arjuna
disse:
(1) O
eroe dal forte braccio, desidero conoscere il vero concetto della
rinuncia e dell'abbandono, o Hrsikesa,
nei vari modi, o Kesinisudana.
Il
Signore Beato disse:
(2) I
sapienti sanno
che
la rinuncia consiste nell'astensione dalle opere, compiute con fine
d'interesse; coloro
che
vedono
chiaramente
(i dotti) affermano
che
l'abbandono consiste nel lasciare i frutti di tutte le opere.
(3)
Bisogna astenersi dall'operare, come da un male: cosi alcuni uomini
saggi opinano; ed altri (affermano)
che
gli atti di sacrificio, di dono, d'ascesi non devono essere
dismessi.
(4)
Ascolta ora da me, ottimo fra i Bharata,
la nozione certa dell'abbandono: l'abbandono, o sommo tra gli
uomini, è stato spiegato come triplice.
(5)
Gli atti
che
consistono nel sacrifizio nel dono
nell'ascesi non devono essere abbandonati (o
dismessi), ma devono invece essere compiuti. Perché
il sacrificio, il dono, l'ascesi (realizzano) la purificazione dei
saggi.
(6) Ma
anche
queste opere devono essere compiute, abbandonando l'attaccamento e
il desiderio del frutto. Tale o Partha,
è il mio modo di pensare deciso ed ultimo (o sommo).
(7) Ma
il rifuggire da un atto prescritto non è cosa
che
possa approvarsi; l'astenersi da una cosa del genere, per via di
illusione, si dichiara
essere della natura del tamas,
del tenebroso.
(8)
Chi tralasci un'azione (considerando
che
è) dolorosa, per paura della sofferenza fisica, quegli, compiendo
una rinuncia di tipo passionale, non potrà ottenere il frutto della
rinuncia.
(9) Ma
colui
che
compia il dovere prescritto (considerando)
che
"è una cosa
che
bisogna fare", o Arjuna, mettendo
da parte ogni attaccamento e cosi anche
la prospettiva del frutto, (realizza) una rinuncia (che)
è giudicata partecipe del principio della bontà.
(10)
L'uomo saggio
che
compie la rinuncia,
che
è compenetrato dal sattva o
principio della bontà, i cui dubbi sono dispersi, non odia nessuna
azione penosa e non ha attaccamento per il facile operare.
(11)
Davvero non è possibile, per
chi
è fornito di un corpo , rinunciare in tutto e per tutto all'operare.
Ma colui
che
rinuncia al frutto dell'opera, (quegli) è
chiamato
colui
che
pratica autenticamente il distacco.
(12)
Sgradevole, gradevole, misto: triplice è il frutto dell'operare, per
coloro
che
non hanno compiuto la rinuncia, una volta
che
siano morti: non ce n'è di alcun genere per coloro
che
hanno compiuto la rinuncia.
L'operare è una funzione
naturale
(13) O
(eroe) dal forte braccio, apprendi da me questi cinque
principii, per il compimento di tutte le
azioni, (come) sono enunciati nella dottrina
samkhya.
(14)
La base dell'agire ed ugualmente l'agente, lo strumento nelle sue
varie specie, i vari tipi di attività separatamente presi e poi
l'elemento piú
che
umano (superiore all'umano)
che
è il quinto.
(15)
Qualsiasi azione l'uomo intraprenda con il corpo, la parola, la
mente, (azione)
che
sia secondo la regola o
che
vada in senso opposto, cinque sono i suoi fattori.
(16)
Cosi stando le cose allora, l'uomo dallo spirito distorto
che
ritenga se stesso l'agente assoluto, per il fatto
che
non maturo è il suo spirito, quegli, (in realtà) non vede.
(17)
Colui
che
è libero da ogni (illusorio) sentimento egocentrico,
che
non ha la facoltà distinguente turbata, anche
se uccide in questo mondo, non uccide (in realtà) e non soffre
vincolo (per le sue azioni).
La conoscenza e l'azione
(18)
La conoscenza, l'oggetto della conoscenza, il soggetto conoscente
costituiscono il triplice incitamento all'agire; lo strumento,
l'azione e l'agente sono i tre elementi
che
entrano a costituire ogni azione.
(19)
La conoscenza, l'azione e l'agente, secondo la scienza dei
guna (delle qualità), si dice
che
siano di tre specie soltanto, secondo la distinzione dei
guna. Ascolta anche
di questi, come è buona regola.
Le tre specie della
conoscenza
(20)
Quella conoscenza per la quale è visto in tutti gli esseri l'unico
essere imperituro, indiviso nelle (esistenze) divise, sappi
che
partecipa della bontà.
(21)
Quella conoscenza
che
conosce vari esseri di diverse sorti in tutti gli esistenti, a causa
del loro essere separati, sappi
che
quella conoscenza partecipa della passione.
(22)
Ma quella (conoscenza)
che
resta appresa ad un singolo effetto, come se fosse il tutto, senza
considerare la causa, per il fatto di non tener a ciò
che
è reale, (quella conoscenza)
che
è di valore limitato si dichiara
essere partecipe del tenebroso.
Le tre specie
dell'operare
(23)
Quell'azione
che
appartiene al novero delle prescritte,
che
è compiuta senza attaccamento, senza amore od ostilità da colui
che
non cerca di ottenere il frutto, quella è detta partecipe della
bontà.
(24)
Ma quell'azione
che
è compiuta, mentre implica sforzo o pena, da uno
che
vuole la soddisfazione dei suoi desideri oppur
anche
da uno
che
sia pieno di sentimento di sé, si dice partecipe della passione.
(25)
L'atto
che
si fonda sullo smarrimento mentale, senza tener conto del rapporto
seriale immediato degli eventi, di rovina o di torto (possibile
altrui arrecato) e senza considerare le umane possibilità, è detto
partecipe della tenebra.
Tre specie di agente
(26)
Colui
che
agisce (essendo) libero da attaccamento,
che
non parla come (fa) l'egoista,
che
è pienamente dotato di costanza ed energia,
che
non è scosso da successo o insuccesso, è detto partecipe della
bontà.
(27)
Colui
che
agisce in preda a (varie) brame,
che
avidamente cerca il frutto dell'azione, (che
è in sé) avido, con l'animo di
chi
vuol fare del male, impuro, con l'animo pieno di gioia o di
tristezza, è detto partecipe di qualità passionale.
(28)
Colui
che
agisce senza aver conseguito l'equilibrio,
che
è volgare, ostinato, falso, sornione, ignavo, depresso e
tergiversante si dice partecipe della tenebra.
Le tre specie
d'intelletto (facoltà discriminativa)
(29)
Ascolta (dunque ora) la triplice distinzione dell'intelletto (come
capacità discriminativa) e della ferma
costanza spirituale, secondo le qualità, o possessore della ricchezza,
enunciata interamente e distintamente.
(30) O
figlio di Partha, l'intelletto
che
conosce il muoversi in avanti (l'agire) e lo starsene immobili, ciò
che
si deve e ciò
che
non si deve fare, ciò
che
si deve e ciò
che
non si deve temere, ciò
che
lega e ciò
che
libera, (quello), è partecipe della bontà.
(31)
Ma l'intelletto con il quale (si) conosce in modo improprio il
giusto e l'ingiusto, ciò
che
si deve fare e ciò
che
non si deve fare, quello, o figlio di Partha,
è in sé passionale.
(32) E
l'intelletto
che,
avviluppato dalle tenebre, pensa
che
l'ingiusto sia giusto e (concepisce) tutte le determinazioni
concrete all'inverso, o Partha,
(quello) partecipa della tenebra.
Le tre specie di salda
fermezza
(33)
La salda fermezza con la quale (uno) regola le attività della mente,
del flusso vitale, dei sensi, per mezzo della concentrazione, quella
salda fermezza
che
mai non si svia, o Partha, è
partecipe della bontà.
(34)
La salda fermezza per mezzo della quale uno
che
sia desideroso del frutto, in stretta dipendenza da ciò, volge la
propria attenzione al dovere, al piacere, alla ricchezza,
quella fermezza, o Partha, è del
tipo della passione.
(35)
La salda fermezza per via della quale lo stolto non lascia (di
abbandonarsi al) sonno, alla paura, all'ansia, alla tristezza,
all'ebbra eccitazione orgogliosa, o Partha,
è (quella) partecipe del principio della tenebra.
Le tre specie di felicità
(36)
Ora poi ascolta da me, o ottimo fra i
Bharata, le tre specie di felicità (quali siano). Quella
per cui (l'uomo) in seguito ad esercizio prende diletto e giunge al
termine del suo soffrire,
(37)
Quella felicità
che
al principio è come un veleno ed alla fine rassomiglia al nettare,
che
nasce dalla
chiarezza
dell'intendimento del Sé, è detta essere partecipe del principio
della bontà.
(38)
Quella felicità
che
nasce dal contatto dei sensi e degli oggetti di senso e
che
è come nettare al principio, come veleno alla fine, una tale
felicità è menzionata come del tipo passionale.
(39)
Quella condizione di piacere
che
al principio e in ciò
che
ad esso consegue, (rappresenta un) turbamento dell'anima e
che
è sorta dal sonno profondo, dalla pigrizia, dalla negligenza quella
appunto è detta essere partecipe del tenebroso.
I vari doveri determinati
dalla natura particolare (svabhava) e
dalla condizione sociale particolare (svadharma)
(40)
Non c'è (essere) esistente particolare sulla terra o anche
fra gli dei in cielo,
che
sia libero da codesti tre guna
che
traggono origine dalla natura.
(41)
Gli atti dei Brahmani, degli
ksatriyah, dei
vaisyah e degli
sudrah, o
distruttor dei nemici, sono distinti a seconda delle qualità
che
hanno origine nella natura particolare di essi.
(42)
La serenità, il controllo di sé, la vita ascetica, la purezza, la
tolleranza e la rettitudine sincera, la sapienza, la conoscenza e la
pietas, (tale è) l'agire proprio del
Brahmano e
che
trae origine dalla sua stessa natura.
(43)
L'eroismo, il vigore, la fermezza, la destrezza, il non fuggire
nemmeno nel pieno della mischia,
la generosità, avere l'orgoglio del comando, (questo è) l'agire
dello ksatriya, (agire)
che
nasce dalla sua natura stessa.
(44)
L'agricoltura, l'aver cura del bestiame, la mercatura
(costituiscono) l'agire di un vaisya,
(agire)
che
nasce dalla sua natura stessa; l'operare
che
ha il carattere del servire è proprio dello
sudra e nasce dalla sua stessa natura.
(45)
Ciascun uomo,
che
trova piacere nel proprio lavoro, raggiunge la perfezione Come
ciascuno
che
con impegno compia il proprio lavoro raggiunga la perfezione, questo
(appunto) ascolta.
(46)
Colui dal quale (si muove) lo sviluppo degli esseri e dal quale
tutto questo mondo promana, quello appunto, per mezzo della sua
propria opera, l'uomo onorando, raggiunge la perfezione.
(47)
Migliore è la legge propria, (per quanto) sprovvista di qualità (che
la rendono perfetta),
che
non l'altrui legge ben praticata. Colui
che
compie opera ordinata dalla propria natura non commette colpa.
(48)
Nessuno deve abbandonare l'opera
che
gli è connaturata, o figlio di Kuntì,
per quanto piena di difetti possa essere, perché
in verità tutte le intraprese sono annebbiate da difetti, come il
fuoco dal fumo.
Il
karmayoga e la perfezione assoluta
(49)
Colui il cui intelletto non ha in modo alcuno attaccamento, colui
che
ha vinto il suo sé (e)
che
si è liberato dei suoi desideri, attraverso la rinuncia, perviene
allo stato di perfezione
che
è al disopra dell'operare.
La perfezione di
Brahman
(50)
Colui
che
ha raggiunto la perfezione, (allora) attinge il
Brahman,
che
è il massimo compimento della conoscenza: (questo) da me ascolta in
breve, o figlio di Kunti.
(51)
(Essendo) fornito di un puro intelletto, con fermezza controllando
se stesso, rinunciando al suono ed agli altri oggetti di senso e
respingendo via da sé attrazione e avversione,
(52)
menando vita solitaria, mangiando assai poco, padrone della parola,
del corpo, della psiche,
dandosi sempre alla meditazione ed alla concentrazione e trovando
rifugio nell'indifferenza,
(53)
tenendo lontano l'egocentrismo, la forza bruta, l'arroganza, il
desiderio, l'ira, il possesso, rinunciando all'io e dopo essersi
raccolto in pace, è atto a divenire una realtà sola col
Brahman.
La devozione suprema
(54)
(Essendo) divenuto una cosa sola col Brahman,
avendo lo spirito sereno, non ha pene (e) non ha desideri. Uguale
verso tutti gli esseri, in me attinge la devozione suprema.
(55)
Per mezzo della devozione giunge a conoscermi, come sono e quale io
sono in realtà; perciò, avendo conosciuto me in verità, in me
immediatamente fa ingresso.
Applicazione di
quest'insegnamento al caso di Arjuna
(56)
Continuamente compiendo tutte le azioni, purchè
in me cercando rifugio, per mia grazia raggiunge l'eterna imperitura
dimora.
(57)
Risolvendo nel tuo spirito in me le tue opere, a me devoto,
ricorrendo alla fermezza dell'equilibrio spirituale, abbi il
pensiero costantemente in me fisso.
(58)
In me tenendo fiso il pensiero, per mezzo della mia grazia,
supererai tutte le difficoltà: ma se poi tu, per dar valore al tuo
ego, non mi ascolterai, perirai.
(59)
Se, ad alto sentimento del tuo sé abbandonandoti, pensi "non
combatterò", questa tua risoluzione (è formulata) invano: sarà la
natura stessa a costringerti.
(60)
Quello
che
non desideri fare, per uno smarrimento della tua mente, quello (tu)
farai anche
contro la tua volontà, costretto dal tuo operare, sorto dalla tua
stessa natura, o figlio di Kuntì.
(61)
Il Signore, o Arjuna, dimora
nella regione del cuore di tutti gli esseri, volgendo intorno tutti
gli esseri col suo potere, come se fossero posti su di una macchina.
(62) A
lui va' come al tuo asilo, con tutto il tuo essere, o
Bharata; attraverso la sua grazia
attingerai la pace suprema e l'eterna dimora.
(63)
Cosí quella sapienza-conoscenza
che
è piú segreta di tutti i segreti, è
stata da me a te spiegata; rifletti su di essa senza nulla
tralasciare e fa (cosí) come preferisci
(di fare).
Esortazione finale
(64)
Ascolta di nuovo la mia suprema parola, quella
che
di tutte è la piú segreta; tu sei da me
intensamente amato, e ti dirò quindi ciò
che
per te è buono.
(65)
Fissa su di me l'anima tua; sii a me devoto; a me rendi il
sacrifizio; a me rendi onore; a me
cosí tu verrai e a te prometto la
verità, (ché)
tu mi sei caro.
(66)
Mettendo da canto tutti i doveri, vieni a me (che
son) l'unico asilo; non ti affliggere,
sarò io a liberarti da tutti i mali.
Il compenso per aver
seguito l'insegnamento
(67)
Questo (insegnamento) non dev'essere da
te assolutamente esposto ad uno
che
non pratichi
penitenze, a uno
che
non abbia devozione, a uno
che
mi disobbedisca o (che)
mi biasimi.
(68)
Colui
che
spiegherà questo supremo segreto ai miei devoti, per me realizzando
una devozione
che
non ha altra
che
la superi, a me senza dubbio verrà.
(69)
Non ci (potrà essere) fra gli uomini alcuno
che
compia azione a me piú cara; né ci può
essere altri piú caro di lui sulla
terra.
(70) E
da colui
che
studierà questo dialogo,
che
noi due abbiamo condotto secondo i sacri
principii, è mio intendimento di essere onorato, attraverso
l'ascesi della conoscenza.
(71) E
l'uomo
che
lo ascolti con fede e senza pensieri maligni, quegli appunto,
liberato, raggiungerà i mondi felici dove dimorano i virtuosi.
(72) È
stato questo (discorso) da te udito con animo fisso su un punto, o
Partha? Lo sviamento causato
dall'ignoranza è stato esso disperso, o possessore della ricchezza?
Arjuna
disse:
(73)
Dissolto è il mio smarrimento e da me conquistata la consapevolezza,
attraverso la tua grazia, o Incrollabile. Fermo sto, con i dubbi
che
si son tutti dissolti: quel
che
tu mi hai detto, io compirò.
Samjaya disse:
(74)
Cosí io ho udito questo meraviglioso dialogo fra Vasudeva e
il magnanimo Partha,
che
tale fu da darmi un brivido orripilante.
(75)
Per grazia di Vyasa, io ho ascoltato questo segreto supremo,
(questo) yoga, proprio dallo stesso Krsna, da lui, il signore
dello yoga,
che
lo spiegava, di persona.
(76) O
re, ogni volta
che
ripenso a questo dialogo meraviglioso e santo di Kesava ed
Arjuna, gioisco e torno a gioire.
(77)
Ed ogni volta
che
richiamo
alla mente la forma piú
che
portentosa di Hari, grande è il mio stupore, o re, e gioisco
e torno a gioire.
(78)
Laddove è Krsna, signore dello Yoga, laddove è Partha,
l'arciere, ivi, fermamente credo, sono per certo in modo stabile la
fortuna, la vittoria, il benessere, la buona condotta.
OM TAT SAT